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<<Chi è costei che sale dal deserto appoggiata al suo amato?»

Una domanda suggestiva, stupita, introduce il lettore all’atto finale del Cantico dei Cantici. È in fondo la terza volta che risuona quell’interrogativo suggestivo, in riferimento all’amata. La prima volta lei saliva dal deserto così come colonne di fumo (3,6); la seconda si affacciava bella come l’aurora e la luna (6,10) ed in fine appoggiata al suo amato (8,5). Una prima differenza balza all’occhio, immediatamente. Nelle due precedenti scene lei è sola, in questa terza no, lei è appoggiata al suo tesoro. La scena presupposta è narrata come una parabola: i due amanti avanzano insieme e lei, come sempre, prende la parola e lo fa danzando tra simboli e segni che danno un senso all’intera composizione. Tre sono i movimenti in cui si dispiega la scena. 

L’amata desta dal sonno il suo amato

Probabilmente il coro porge la domanda, «chi è colei che sale dal deserto?», interrogativo col quale si introduce anche il corteo nuziale con la sposa di Salomone. Ma ora i due sono descritti insieme, un dettaglio non trascurabile perché sono poiché lo sono poche volte. Non solo, sembrano descritti come due prossimi al matrimonio; altro dettaglio importante perché, contrastati, i giovani non hanno come intenzione principale quella del matrimonio. Salgono e salendo la mente torna al passato: «Sotto il melo ti ho svegliato, là dove ti ha concepito tua madre?» (2,3). Il melo è la pianta che simboleggia il suo tesoro: è carica di simboli erotici che qui sono arricchiti da un segreto che forse lo stesso suo amato deve averle confidato: è stato generato sotto un melo. E qui ritorna un desiderio già incontrato; che l’amato sia come suo fratello, ma questa volta non già per poterlo tenere per mano senza destare scalpore in pubblico, quanto piuttosto perché sembra vederlo attraverso altri occhio, quelli della madre. È una scena singolare: in un abbraccio il cuore di lei pare voler tornare indietro, a ritroso, sulla via della storia di lui sino al momento in cui, sorgente della vita, sotto il melo fu generato. Il melo, la sorgente della vita, è il luogo dove l’amata l’ha svegliato.

Svegliarsi: il duplice significato


Perché? Nella Bibbia il verbo svegliarsi è significativo di due diverse accezioni: il destarsi dal sonno e l’avviarsi all’azione. Porta in se, in fondo un retro-significato collegato alla morte: il sonno è in qualche modo un assopirsi alla vita, un lasciarsi vincere da qualcos’atro. Ed ecco allora che l’amata richiama alla vita il suo amato, lo desta dal sonno, lo strappa dalle grinfie del torpore; come una levatrice lo ha estratto dal ventre del sonno per farlo nascere alla vita, per fargli conoscere la sorgente della vita: l’amore. Questa espressione dell’amore come sorgente di vita, riporta la mente alla realtà coniugale, intima unione del corpo e dello spirito che nell’una caro si fanno sorgente di vita. L’amore non è un attributo  trascurabile nella vita, è contemporaneamente generativo ed accrescitivo, genera vita e fa crescere. L’amore è la chiave di lettura attraverso cui procede la storia e tramite la quale si rilegge tutto quanto fin ora detto nei precedenti commenti.

<<Come sigillo sul tuo cuore>>

La voce di lei incalza «mettimi come sigillo sul tuo cuore…sul tuo braccio»; ti ho svegliato, ti ho fatto nascere alla vita nell’amore, adesso voglio rimanere per sempre con te. Il sigillo è un altro segno importante, dalla doppia valenza. Legale da un lato — era quello portato dai sovrani o dai loro rappresentanti sul braccio — e teologico dall’altro. Il sigillo è il segno della predilezione di Dio, come per Zorobabele (Ag 2,23). L’amata vuole essere tanto il sigillo del primo significato, quello che esprime una identità ed appartenenza — come i legati al loro sovrano — quanto quello della predilezione, come Dio con i suoi eletti.

E allora risuonano nella mente le parole di יהוה (YHWH) nel libro del Deuteronomio «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le tue forze… questi precetti che oggi ti do te li legherai alla mano come un sigillo» (6, 5.9). La parola di יהוה è il primo di ogni sigillo, il sigillo della vita, dell’amore e di ogni pensiero: questo vuole essere l’amata per il suo amato. 

Simbologia del Cantico

In una danza di segni e simboli il primo ad entrare in scena è quello dell’amore e della morte, ripreso dalla mitologia semitico cananaica, di cui la Bibbia inevitabilmente risente. Nessun uomo può sfuggire all’inesorabilità della morte, ritenuta dal libro dei Proverbi come una bocca mai sazia e feroce (Pr 30, 15). Un’unica realtà regge il confronto, un’unica realtà le sopravvive: l’amore. La nostra mente corre veloce al Nuovo Testamento, corre alla vittoria dell’Amore sulla morte, alla sconfitta del mostro fagocitante, ma il Cantico ci frena, ci riporta indietro in una espressione più lieve che dice l’amore non più forte, ma «come la morte». Il Cantico è poema d’amore certo, ma anche di speranza; la speranza che quella stessa forza possa fin anche sconfiggere la morte, sì perché in fondo si prospetta già più forte l’amore, si p rospetta già in grado di sopravvivere alla morte. Altri due simboli: il fuoco e l’acqua. L’amore è come fiamme divampanti e dirompenti, l’amore è il fuoco di Yah. Ricorre per la prima volta il Nome divino, non nell’interezza del tetragramma, ma nella sua abbreviazione. Cosa significa? L’amore umano non è come quello divino, l’amore di יהוה è espressione completa e perfetta, quello umano ne è scintilla, vi partecipa ma non arriva alla sua perfezione, per questo il Nome divino abbreviato. Ci stiamo avvicinando alla chiave di volta, al senso del poema. Nella Bibbia il fuoco è simbolo di יהוה è lui nel roveto che arde di fuoco inestinguibile (Es 3, 1-6); è la divina trascendenza, ma anche divina vicinanza ed immanenza. La fiamma di יהוה  da un lato impaurisce e dall’altro scalda, sola può vincere le grandi acque. 

            Fuoco chiama acqua diremmo, ed ecco la terza simbologia. L’acqua non meno del fuoco è segno di vita ma anche di morte, particolarmente per Israele che, non essendo popolo marinaio, pensavano alle acque come collegate al caos primordiale e alla paura della morte. Fu יהוה all’inizio del mondo a separare le grandi acque dalla terra, a trasformare il caos in cosmos, il disordine nell’ordine dell’universo. L’acqua simbolo del disordine malvagio. L’amore, è costantemente sottoposto alla minaccia delle grandi acque che sovvertono l’ordine del cosmos rigettandolo nel caos. Tuttavia il fuoco inestinguibile che è scintilla del fuoco ardente di Yah non è minacciato dalle acque, che anzi si lasciano domare da lui. 

            Siamo giunti al punto, siamo come Mosè dinanzi al roveto ardente, stiamo ascoltando per bocca dell’amata l’elogio a יהוה. La svolta è nel’intendere bene quel «perché» che unisce la domanda di lei «mettimi come sigillo sul tuo cuore» (v. 6a), all’elogio successivo dell’amore (vv. 6b-7). Qual è l’amore cui l’amata fa riferimento? Se fosse una realtà umana allora saprebbe impensabile attribuirle tutte le qualità fin qui cantate. Nessuna realtà umana è inestinguibile, nessuna realtà umana è fiamma del Signore, nessuna realtà umana può fronteggiare, resistere e domare le grandi acque. Ma allora quale amore aleggia nel Cantico? La risposta ci viene dall’anelito di speranza prima indicato: l’amore forte come la morte, che sa fronteggiarla. Quell’amore è già, in germe, l’Amore che sconfiggerà la morte sfuggendole per sempre, l’Amore che attraversa la storia prendendone parte ma allo stesso tempo trascendendola e assorbendola. L’Amore frutto di una sapienza che nessuna creatura comprende a pieno, che nessun tesoro può contenere. L’amore che muove la vita dei due amanti del Cantico è l’amore che sgorga dalla sapienza creatrice; nel loro amore si manifesta l’Amore che dà forza cosmica, pegno di immortalità e forza ordinatrice del cosmo. 

Nel primo dei nostri commenti ci chiedevamo come mai un poema erotico non fosse profano, ma sacro, ed ecco la risposta: il Cantico dei Cantici parla dell’amore inestinguibile, indomabile ed incontrastabile di יהוה. I due amanti sono lo specchio dell’esperienza più sincera e generosa dell’amore, sono per l’umanità i maestri dell’amore vero. Il Cantico parla dell’amore umano che si fa specchio dell’amore divino, parla dell’amore che unisce i due amanti in un legame inestinguibile com’è quello di יהוה con Israele, com’è quello di Dio con la Chiesa. Con quel «perché» l’amata del Cantico avanza delle pretese che la superano non per impudenza giovanile, ma per una esigenza concreta di verità. Lei ha il merito di aver destato dal sonno il suo amato, di averlo richiamato alla vita, sorgente dell’amore. Il motivo delle “impudenti” richieste è proprio l’amore esigente, invincibile ed inestinguibile della realtà divina. Il motivo è l’esigenza di verità. La verità però non può essere detta, non può essere raccontata, la verità va incontrata. Ecco allora il ricercarsi continuo, il raggiungersi e il quasi afferrarsi, ma subito dopo il perdersi ancora. Quello con la verità è un incontro che non ci permette di trattenerle e di farla nostra; la verità non si può possedere in assoluto, va incontrata, va amata, ma va lasciata andare anche, affinché non sia solo nostra. Il Cantico ci dice anche chi è questa verità, chi bisogna incontrare per conoscerla. L’Amore. E allora si spiega anche perché il Cantico termini con una fuga dell’amato in prossimità delle nozze: le nozze fanno l’una caro, ma la verità non può essere posseduta a pieno da uno soltanto, la verità si è già fatta una caro

            La fine è un invito a tornare sui monti, là da dove proveniva. Il finale è un invito al ritorno della comunione nell’assenza: sembra un dramma infinito, ma non è così! Non è solo un desiderio che si spera divenga realtà. L’assenza non è vuota attesa, ma incontrastabile presenza d’amore, solo così è possibile la comunione. È l’Amore che nell’assenza ai sensi crea comunione nello spirito. 

            L’enigma del Cantico può forse risolversi nella frase evangelica «Dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore» (Mt 6, 19-23). Il mio tesoro può essere anche a mille miglia distante da me, ma il mio cuore sarà sempre con lui. L’Amore unisce in una comunione dello spirito inestinguibile; l’amore è il compimento della promessa «ecco io sarò con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28, 18-20). Il Cantico dunque non è più dramma d’amore, ma felice speranza di una presenza imperitura ed inestinguibile dell’Amore. 

Christian Lanni

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