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Il Santo Padre Francesco ha indetto, lo scorso 8 dicembre, con la lettera apostolica Patris corde (http://www.vatican.va/content/francesco/it/events/event.dir.html/content/vaticanevents/it/2020/12/8/letteraapostolica-patriscorde.html) l’Anno di San Giuseppe, elargendo particolari indulgenze legate alla figura del Santo Patriarca, padre putativo di Gesù e sposo di Maria.

Qui troverete una nostra meditazione passata sul Santo: https://www.legraindeble.it/giuseppe-il-santo-della-quotidianita/

L’anno di San Giuseppe è l’anno dell’ascolto, della fedeltà, della tenacia e dell’umiltà

In ragione di ciò sembra interessante riflettere, fermandoci un momento a meditare, sulla figura di San Giuseppe. Non sono moltissimi i riferimenti biblici relativi a questa personalità tanto discreta quanto fondamentale per la vita del Signore, dunque cercheremo di tracciarne un profilo scavando nei testi della Scrittura fino a ricavare i tratti salienti del Santo Patriarca.

Yasap, Dio aggiungerà.


Il primo elemento su cui ci soffermeremo brevemente è proprio il nome Giuseppe, più volte ricorrente nella Bibbia (Gen 30, 22-24; Gen 41, 45; Es 1,6; Es 13,19; Gios 24,39 per citarne alcuni). Proveniente dall’ebraico “yasap” ( יסף ) il nome significa “Dio aggiungerà”. Dio aggiunge dimensioni insospettate alla vita santa di chi fa la sua volontà. Aggiunge l’unica dimensione importante che dà significato a tutto: la dimensione divina. All’umile e santa vita di Giuseppe ha aggiunto – se così può dirsi – la vita della Vergine Maria e di Gesù, nostro
Signore. Dio non si fa superare in generosità. Giuseppe potrebbe fare proprie le parole di Maria, sua moglie: «Egli ha guardato l’umiltà del suo servo… Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente, e santo è il suo nome». Il Signore ha aggiunto alla mitezza di Giuseppe una grandezza pari a quella di Maria sua sposa; la grandezza di una missione accolta con cuore aperto al mistero, svoltasi nell’umiltà e nel nascondimento nella casa di Nazaret.


Tekton, colui che lavora le cose dure.

Il secondo tratto di Giuseppe è la sua praticità: egli era un tektòn, un faber, o più letteralmente un artigiano capace di “lavorare cose dure”. Giuseppe era colui il quale, con l’opera delle sue mani era in grado di modellare, di flettere, di lavorare anche i materiali più duri, era un uomo pratico.

Dio ha visto in Giuseppe il tektòn capace di provvedere alla vita del Signore, alla sua crescita, la fuga in Egitto, il viaggio presso Betlemme. La figura del Santo Patriarca come uomo pratico parla ancora oggi al nostro tempo, ci dice la necessità di essere uomini e donne di Dio nel nostro dimostrarci veramente presenti nel mondo e nei problemi del mondo, ci dice di non soffermarci solo alla riflessione o alla preghiera, che pure è fondamentale, ma di fare della nostra stessa vita, di tutto ciò che facciamo, una preghiera a Dio.

Una presenza che è costante ma allo stesso tempo umile, ovvero coraggiosa nel vivere dell’essere nella verità e non per l’apparenza. Il pratico Giuseppe ha vissuto l’umiltà coraggiosa di chi in Dio trova la sua forza e la sua giustizia per stare nel mondo da umili, ovvero come chi è consapevole della propria pochezza ma risplende all’ombra di Dio.

La discrezione, il silenzio di san Giuseppe era così forte che, umile in Dio, non è stato scoperto nella pietà e nella teologia della Chiesa, benché il messaggio di lui nella Scrittura sia grandissimo. Ma la sua umiltà e il suo silenzio sono così forti che, solo dopo mille anni di nascondimento, di non apparenza, la Chiesa ha scoperto questa bella figura.


L’umile e il sognatore

Il terzo ed ultimo tratto di Giuseppe, legato alla sua umiltà è una duplice sottolineatura degli eventi e delle presenze che hanno caratterizzato la sua vita. Giuseppe è l’uomo dei sogni, un sognatore, ma con i piedi ben saldi a terra. Sognatore perché è nel sogno che riceve da Dio l’indicazione, il messaggio, l’istruzione del suo misterioso disegno. Questo elemento non è da poco: la notte in cui i sogni prendono vita è, biblicamente, il tempo dell’incontro con Dio: nella notte il Signore opera misteriosamente per condurre alla luce della novità, evento di salvezza ed esultanza.

L’uomo dell’incontro è partecipe di questo tempo dell’operare di Dio, è lo strumento nelle mani del Signore per giungere all’alba della nuova luce, della salvezza e della novità. Giuseppe è, nel tempo di Dio, amico degli Angeli, uomo pio e giusto che nell’umiltà del suo essere si pone all’ascolto della voce del messaggero divino; è l’uomo in grado di cogliere la voce di chi vede sempre la faccia del Padre che è nei Cieli. Il carpentiere di Nazaret è l’uomo della fedeltà, fedele al suo Signore si affida alla sua parola accogliendola nel proprio cure: Giuseppe rimane saldo in Dio anche laddove la razionalità umana avrebbe retrocesso: dinanzi al mistero del concepimento verginale di Maria sua sposa.

È in questa occasione che il padre putativo di Gesù incontra anche una sorta di disobbedienza, quando contrario alle convenzioni sociali non ripudia sua moglie mi si fida di Dio: è disobbediente al mondo per farsi obbediente al suo Signore. La fedeltà di Giuseppe arriva al punto di rimanere nell’ombra durante tutta la sua esistenza terrena per non adombrare, con la sua presenza, la paternità di Dio.

L’amico degli asini

E poi, Giuseppe è l’amico degli asini. L’asinello che sempre lo accompagna: fino a Betlemme e poi fino in Egitto e poi ancora a Nazaret. Il legame tra Giuseppe e l’asino ha un fascino particolare: sembra indicare il legame di Giuseppe con Dio. L’asino è l’animale che si cavalca in tempo di pace, l’asino è il “somaro” ovvero “colui che porta la soma”, il carico. Silenzioso, umile e servitore, l’asino si fa carico del peso altrui portandolo con fatica,
così come il Signore avrà su di sé il carico pesante della croce. L’asino è l’indispensabile nascosto: colui che nessuno nota e che tutti considerano sciocco, ma trasporta velocemente il Signore in Egitto per sottrarlo alla furia di Erode e poi lo riconduce a Nazaret, l’asino è lo strumento con cui il Salvatore entra in Gerusalemme per andare incontro al trono della croce.


Giuseppe è amico degli asini, Giuseppe è legato inscindibilmente al disegno salvifico di Dio. Nella sua vicinanza all’asinello, Giuseppe ha (forse) partecipato a tutti gli eventi della vita di Gesù, con umiltà silenziosa.
Giuseppe è custode, della famiglia, della Chiesa, della vita.

Riesce a custodire perché anzitutto sa ascoltare, custodisce la vita perché ha accolto e protetto l’Autore della vita che si è incarnato nella fragilità di un fanciullo completamente dipendente dalle cure di un padre e di una madre. Giuseppe è custode della vita perché è riuscito, aprendosi alla volontà sorprendente di Dio, ad essere padre amorevole di un figlio che non era suo nella carne, Giuseppe è custode della Chiesa perché ha protetto il Capo della Chiesa e colei che l’ha generata. Giuseppe è il Patriarca, Santo di Dio nell’anti-protagonismo di una fede assolutamente concentrata sul suo Signore, a tratti disobbediente alle convenzioni sociali, spesso travagliata dalla tragicità degli eventi, ma salda nella dura roccia dell’ascolto attento.

L’anno di San Giuseppe è l’anno dell’ascolto, della fedeltà, della tenacia e dell’umiltà. È l’anno dell’amico degli asinelli, l’anno di San Giuseppe è l’anno per imparare ad ascoltare la Parola di Dio e metterla in pratica, è il tempo propizio per diventare artigiani della volontà di Dio.

Le indulgenze legate all’Anno di San Giuseppe


A conclusione, dunque, per tornare all’Anno di San Giuseppe, le parole stesse del Pontefice:

Tutti i fedeli avranno così la possibilità di impegnarsi, con preghiere e buone opere, per ottenere con l’aiuto di San Giuseppe, capo della celeste Famiglia di Nazareth, conforto e sollievo dalle gravi tribolazioni umane e sociali che oggi attanagliano il mondo contemporaneo…Si concede l’Indulgenza plenaria alle consuete condizioni (confessione sacramentale, comunione eucaristica e preghiera secondo le intenzioni del Santo Padre) a quanti mediteranno per almeno 30 minuti la preghiera del Padre Nostro, oppure prenderanno parte a un Ritiro Spirituale di almeno una giornata che preveda una meditazione su San Giuseppe;… coloro i quali, sull’esempio di San Giuseppe, compiranno un’opera di misericordia corporale o spirituale, potranno ugualmente conseguire il dono dell’Indulgenza plenaria;… si concede l’Indulgenza plenaria per la recita del Santo Rosario nelle famiglie e tra fidanzati.

Potrà pertanto conseguire l’Indulgenza plenaria chiunque affiderà quotidianamente la propria attività alla protezione di San Giuseppe e ogni fedele che invocherà con preghiere l’intercessione dell’Artigiano di Nazareth, affinché chi è in cerca di lavoro possa trovare un’occupazione e il lavoro di tutti sia più dignitoso…

Si concede l’Indulgenza plenaria ai fedeli che reciteranno le Litanie a San Giuseppe (per la tradizione latina), oppure l’Akathistos a San Giuseppe, per intero o almeno qualche sua parte (per la tradizione bizantina), oppure qualche altra preghiera a San Giuseppe, propria alle altre tradizioni liturgiche, a favore della Chiesa perseguitata ad intra e ad extra e per il sollievo di tutti i cristiani che patiscono ogni forma di persecuzione…

La Penitenzieria Apostolica concede l’Indulgenza plenaria ai fedeli che reciteranno qualsivoglia orazione legittimamente approvata o atto di pietà in onore di San Giuseppe specialmente nelle ricorrenze del 19 marzo e del 1° maggio, nella Festa della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe, nella Domenica di San Giuseppe (secondo la tradizione bizantina), il 19 di ogni mese e ogni mercoledì, giorno dedicato alla memoria del Santo secondo la tradizione latina».

Cristian Lanni

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