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L’intervista sul tema “Matrimonio ed unioni civili” all’Avvocato canonista e Professore Cristian Lanni.

Negli ultimi giorni il dibattito pubblico si è interessato del tema dei Matrimoni e unioni tra persone dello stesso sesso, soprattutto sulla scia delle dichiarazioni di Papa Francesco. Da canonista e soprattutto da Difensore del Vincolo come risponderebbe agli scontri tra la fazione cattolica “progressista” e l’ala più conservatrice accusata di discriminazione? Esiste davvero una sorta di scontro che coinvolge anche il Papa?

Nel caotico contesto degli ultimi giorni, relativo alla tematica del Matrimonio e delle unioni civili tra persone dello stesso sesso, basterebbe in fondo riscoprire e rileggere i fondamenti dell’istituto matrimoniale per comprendere la radicale differenza tra un Sacramento particolarissimo e un istituto giuridico che, negli Stati dove presente, è un fatto esclusivamente civilistico. Del Matrimonio bisogna rilevare che è l’unico Sacramento che Cristo non ha istituito ex novo, ma ˗ già esistente ˗ è stato elevato a dignità sacramentale, quindi già l’unione tra uomo e donna esisteva per Diritto naturale e tale unione è stata elevata da Cristo stesso alla dignità sacramentale (cfr. can. 1055 C.I.C.).

La rilevanza di tale evento di grazia è riguardante non già solamente l’ambito liturgico e sacramentale, ma alche l’ambito giuridico canonico e civilistico, sociale e addirittura antropologico perché coinvolge a pieno l’essere spirituale e corporale della persona; un istituto complesso dunque, senza eguali.

Il matrimonio è un patto o un contratto?

Certamente questa non è la sede idonea per un trattato relativo all’analisi di tutti gli aspetti del Matrimonio canonico o anche del Matrimonio concordatario, ma serve sottolineare che, per la complessità di cui prima si diceva, tale istituto non è semplicisticamente un contractus, un contratto, ma un patto (fœdus), una realtà ben più ampia che richiama al patto d’alleanza tra Dio e il suo popolo, trascende dalla realtà più semplicistica del contratto nel momento in cui si esprime nel dono reciproco di sé all’altra persona e nell’apertura alla vita: il Matrimonio, sin dalla sua genesi, è consortium totius vitæ.

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Due punti fondamentali, dunque: il Matrimonio è patto che richiama l’alleanza tra Dio e il suo popolo: Dio si è servito della via dell’amore per rivelare il mistero della sua vita trinitaria. Inoltre, il rapporto stretto che esiste tra l’immagine di Dio amore e l’amore umano ci permette di capire che ‘all’immagine del Dio monoteistico corrisponde il matrimonio monogamico. Il matrimonio basato su un amore esclusivo e definitivo diventa l’icona del rapporto di Dio con il suo popolo e viceversa. E poi, il Matrimonio è consortium di tutta la vita: la comunione di vita e di amore che è il Matrimonio si configura così come un autentico bene per la società.

Qual è la differenza?

Evitare la confusione con altri tipi di unioni basate su un amore “debole” si presenta oggi con una speciale urgenza. Solo la roccia dell’amore totale e irrevocabile tra uomo e donna è capace di fondare la costruzione di una società che diventi una casa per tutti gli uomini. Ciò detto, qual è allora la differenza con le unioni civili? Anzitutto nella definizione terminologica perché se il Matrimonio è quanto fin ora detto per la Chiesa (ma lo Stato nel Diritto pattizio ne riconosce le forme essenziali, evidentemente) ed è istituto ordinato all’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, secondo la Legge (cfr. art. 29 Cost.). L’unione civile è invece definita quale specifica formazione sociale, ovvero, come spesso fa la Legge statuale, crea nuovi istituti o adatta istituti esistenti al mutamento della società, degli usi e dei costumi.

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Unioni civili e matrimonio alla luce del Diritto naturale

Questa prima differenza rileva che l’unione civile non è un qualcosa di preesistente rispetto al Diritto stesso (come invece è il matrimonio), non è appartenente all’ambito della Legge naturale, ma è una “creazione” che mira all’adeguamento del Diritto (statuale) rispetto alle richieste della società, senza preoccuparsi che l’istituto sia ordinato ad una sostanziale e formale uguaglianza dei soggetti interessati o che sussistano specifiche condizioni. A quest’ultimo proposito si introduce la seconda differenza: il rito, la modalità di contrarre i due diversi vincoli. Il Matrimonio (sia nella forma canonica che civile) prevede che vi siano delle pubblicazioni, ovvero un atto pubblico che annuncia l’imminente unione, finalizzate a raccogliere eventuali elementi ostativi. L’unione civile, invece, si concretizza alla presenza di un pubblico ufficiale con la prestazione del consenso delle due parti interessate e la presenza di un testimone.

Il fine dell’unione civile

A cosa allora sarà ordinata l’unione civile? Non alla vita e al dono totale di sé all’altro, ma alla formalizzazione giuridica di diritti e doveri reciproci ordinati (principalmente) a regolamentare un regime patrimoniale che, salvo diverse dichiarazione all’atto della stipulazione del contratto, sarà di comunione dei beni. Per concludere, allora, l’unione civile non ha la medesima rilevanza pubblicistica del Matrimonio, la sua pubblicità rispetto alla società è data unicamente dall’aspetto patrimoniale: è un mero contratto.

Il matrimonio nel pensiero cristiano quanto nel pensiero cosiddetto laico degli Stati moderni richiama tutti, credenti e non, alla questione del Diritto naturale, ovvero quel Diritto iscritto nella natura stessa dell’uomo che nessuno, neppure la Legge può alienare. Affermare che non esista una natura umana definita, uomo e donna, e che il sesso sarebbe solo un costrutto ideale, con tutte le conseguenze del caso, compreso il diritto di cambiarlo è negare un Diritto naturale fondamentale. Non esiste un futuro dell’umanità senza la complementarietà fra uomo e donna, il dato biologico e psichico, un rapporto che fonda la cultura umana.

Foto di Cinthia Lopez Inga da Pixabay 

In conclusione…

Per concludere e soddisfare la domanda, quindi, bisogna comprendere che voler forzare la forma giuridica che riconosce un Diritto naturale per fletterla ed adattarla ad un qualcosa che non le appartiene, significa uscire dal complesso della storia morale dell’umanità. Essa, infatti, nonostante la diversità di forme giuridiche espresse, non ha mai perso di vista che il matrimonio, nella sua essenza, è la particolare comunione di uomo e donna, che si apre ai figli e così alla famiglia.

Qui non si tratta di discriminazione, bensì della questione di cos’è la persona umana in quanto uomo e in quanto donna e di quale unione può ricevere una forma giuridica. Se da una parte l’unione fra uomo e donna si distacca sempre più da forme giuridiche assurgendo alla dignità di patto (fœdus) biblicamente inteso. Dall’altra l’unione civile vista sempre più come dello stesso rango del Matrimonio, pone la società davanti a una dissoluzione dell’immagine dell’uomo.

Cosa ha detto Papa Francesco?

Quanto al discusso problema delle presunte dichiarazioni di Papa Francesco, trovo che sempre bisogna fare attenzione a quanto si ascolta e viene detto. Il primo punto cruciale mi pare essere quello dello “stare in famiglia”, riferito, come si comprende analizzando non solo quella espressione estrapolata da un’intervista senza però riferirla al tema dell’intervista stessa ma l’orizzonte più ampio delle sue dichiarazioni in materia, al diritto dei figli con quell’orientamento sessuale a non essere allontanati (spesso brutalmente) dalla famiglia e quindi abbandonati a se stessi.

Il secondo punto è relativo alle “coperture legali”; anche qui bisogna avere uno sguardo (critico) sul pensiero di Papa Francesco a più ampio spettro. Sin da quando, Cardinale, guidava l’Arcidiocesi di Buenos Aires e chiedeva una “differente copertura legale” per queste unioni, onde evitare il cosiddetto “Matrimonio egualitario”, ovvero il voler uniformare ed equiparare al Matrimonio l’unione omosessuale. In questo contesto credo si comprenda bene che l’assalto mediatico sia in verità basato su una falsata o volutamente falsata lettura delle parole del Pontefice.

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