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La scelta dell’anima “scelta”

Commento al Vangelo della XXVIII domenica del tempo ordinario (http://www.lachiesa.it/calendario/Detailed/20201011.shtml)

“Simile è il regno dei cieli”

Foto di Free-Photos da Pixabay

Ὡμοιώθη ἡ βασιλεία τῶν οὐρανῶν ἀνθρώπῳ βασιλεῖ (omoiòthè e basiléia tòn uranòn anthròpo basiléi): “Simile è il regno dei cieli ad un uomo-re”. La precisione semantica di questa prima frase delinea con mirabile pregnanza la sostanza dell’analogia che Gesù traccia per ricomporre il nostro cielo interiore al Cielo divino. Il celeste spazio della coscienza ha un Re, intorno al quale si costituisce un regno che non ha la sua sede in un effimero potere terreno – inutile e vanitoso possedimento del mondo –, ma che si forma nell’invisibile spazio dello spirito.

Solo per mezzo del Figlio

Per amore nei confronti della creatura-uomo, il Re non rimane nella sua sede celeste, ma discende e si fa uomo e diventa un ἀνθρώπῳ βασιλεῖ (anthròpo basilèi) un uomo-re. Incarnando la sua sostanza divina nella carnalità umana, Dio-Re ricostituisce il fratturato legame che lo separa dall’uomo, strappando τὸ ὄνειδος τοῦ λαοῦ (tò òneidos tù laù), “il disonorevole velo del popolo”. Il rapporto fra Dio e il suo popolo è separato da una discrepanza che non permette all’uomo di vedere il suo Re e di riconoscere in Lui il proprio Padre. Solo per mezzo del Figlio, l’uomo, in quanto figlio, riconosce l’unica vera relazione che può unirlo all’amore del Padre, rimuovendo ciò che lo distanzia ed estranea dall’azione divina.

Il banchetto eucaristico

Foto di Peter H da Pixabay

Il re prepara γάμους τῷ υἱῷ αὐτοῦ, (gàmos tò uiò autù) “a suo figlio le nozze”. La sposa del figlio del re, ad una prima lettura non precisata, è in realtà menzionata in tutto il passo evangelico. Infatti, il re ἀπέστειλεν τοὺς δούλους αὐτοῦ καλέσαι τοὺς κεκλημένους εἰς τοὺς γάμους (apèsteilen tùs dùlos autù kalésai tùs keklémenous eis tùs gamùs), letteralmente “mandò i suoi servi a chiamare i chiamati alle nozze”. Dapprima, Dio chiama l’Israele biblica e spirituale del “popolo eletto” – o meglio, il “popolo chiamato” – che, però, “non vuole giungere” e che, anzi, al secondo richiamo del re e al compimento del sacrificio nuziale, insulta ed uccide gli schiavi, martiri-testimoni dell’amore di Dio.

Parte viva dell‘ekklesìa

Foto di Peter H da Pixabay

L’invito del Re, poi, si estende: i “chiamati” divengono πάντας οὓς εὗρον (pàntas ùs èuron), letteralmente “tutti quanti (gli schiavi) trovano”, degni o indegni del banchetto nuziale. Costoro divengono ἀνακειμένων (anakeiménon), letteralmente “coloro che si sdraiano per cibarsi delle vivande del banchetto”, del banchetto eucaristico. Ma lo sguardo attento del re si posa su un “uomo non rivestito del vestito nuziale”. Interrogato sul perché di una tale mancanza, ὁ δὲ ἐφιμώθη, (o dè efimòthe), “l’uomo si azzittisce forzatamente”, letteralmente, per effetto della “museruola” che gli copre la bocca. Come conseguenza di una forzata prigionia, lo spirito ammutolisce di fronte alla chiamata e perde la forza di dire “sì” allo sposo celeste. Senza l’abito nuziale, “svestita di Cristo”, l’anima, da “chiamata” non può divenire “scelta”, non può divenire eklekté, parte viva, con la sua propria vita, della vita dell’ekklesìa, la vera eterna sposa del Cristo.

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