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Fenomenologia dell'”espropriazione” in Sal. 102

Testo del salmo al link https://www.bibbiaedu.it/CEI2008/at/Sal/103/

La preghiera salmodica

Si ricomincia a meditare con questo breve articolo la grazia purificatrice e potente della preghiera salmodica. Partiamo allora dall’analisi di Sal. 102 (eb. 103), uno dei più famosi salmi impiegati nella liturgia cristiana. All’inizio si legge: Εὐλόγει, ἡ ψυχή μου, τὸν κύριον (euloghei, é psyché mou, tòn kyrion), “Benedici, anima mia, il Signore”. Questo verso incipitario dei primi due versetti – attraverso l’ordine sintattico delle parole e la radicale pregnanza delle stesse all’atteggiamento dell’anima (come vedremo) – esprime un’intima verità che il cuore ha bisogno di custodire nel suo rapporto con Dio. Il verbo greco εὐλογέω (che vediamo a inizio esortazione) viene traslitterato pedissequamente nell’italiano “benedire”, indicando la via del pronunciamento coscienziale: per dire bene l’anima non può deviare dalla sua propria essenza, ma deve espropriarsi del suo Io per riappropriarsi della felicità. Come?

Essere “soggetto”

In primo luogo guardiamo all’ordine sintattico di questa prima esortazione: la “benedizione”, incarnata dal verbo greco εὐλογέω (euloghéo), si trova in prima posizione e trova il suo destinatario divino in fine di rigo. Al centro del ‘processo benedicente’ si trova l’entità esortata a benedire, ἡ ψυχή μου (é psyché mou), “l’anima mia”: circondata dalla benedizione, l’anima, che a livello sintattico è il soggetto agente, sembra quasi essere investita da quell’azione che dovrebbe compiere, divenendo non soltanto soggetto, ma anche destinataria della benedizione proveniente da τὸν κύριον (tòn kyrion), dal “Signore”. Dunque, l’anima, nel momento in cui si priva del suo “essere soggetto”, viene riempita dalla forza di Dio: diviene “oggetto” della benedizione che, però, ritorna a donare al supremo Soggetto benedicente.

Tutto quanto è dentro di me

A ben guardare il testo greco del salmo, ci si può accorgere di un altro importante particolare: l’anima benedicente rivolge l’esortazione a πάντα τὰ ἐντός μου (pànta tà entòs mou), letteralmente “tutto quanto è dentro di me”. In altre parole, l’anima si rivolge al suo intimo, alla sua parte più profonda e nascosta, quasi impenetrabile e impossibile da raggiungere. Essa, dunque, si rivolge non soltanto a sé stessa, ma consapevole di essere ancora troppo “esterna” a se stessa, parla a ciò che c’è in lei di assolutamente radicato e inscindibile: la sua propria essenza.

L'”espropriazione

Traviata e dolente per quello che ancora la esilia dal suo proprio essere, vagando infelice nell’appropriazione di ogni effimera cosa del mondo, (fino all’appropriazione della sua stessa vita, che sua non è) l’anima, infine, ritrova e rivede il suo tesoro più caro, la sua radice, la sua sostanza, la sua fine: ritrova Dio. E, rannicchiata, in ginocchio, di fronte al suo umile nulla, piangendo, riabbraccia felice il suo Tutto, riabbraccia felice il suo Dio.

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