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Le cavallette…un po’ di storia

Ben prima che mangiare insetti, grigliate di grilli e locuste, diventasse una moda, molto prima che le diete ayurvediche apparissero sulle nostre tavole occidentali – attratte dai gusti esotici fin dalle antichità romane, Giovanni Battista mangiava cavallette. E il Precursore non era certo un modaiolo, a vederlo così, abbigliato di peli. Dalle origini ai francescani, e molto ai cappuccini, era caro questo santo, ma notoriamente neanche loro sono voci autorevoli in fatto di moda!

Le cavallette non sono certo animali domestici: gli ebrei le ricordavano come la settima piaga che a sciami si schiantarono sull’Egitto, divoratrici di raccolti. Ma l’ultimo profeta del primo testamento le trovava gustose. Del resto non era facile rimediare granché d’altro nel deserto, e manna non se ne trovava più. Eppure Giovanni non era così sprovveduto da scambiare semi velenosi per fagioli, come un Cristopher McCandless nelle terre selvagge.

Prendevamo in giro una professoressa dell’Università, che una volta ci aveva propinato una traduzione scorretta della frase vox clamantis in deserto: “voce che grida nel deserto”, invece che “voce di uno che grida nel deserto”. Errore di distrazione o lapsus della lingua, scusabile da chiunque ma non certo da noi, studentelli apprendisti delle lingue classiche, genìa tra le più spietate.
Ma aveva ragione, povera inconsapevole Isaia dei nostri tempi! Si rischia di essere voci nel deserto, senza corpo, senza nome, senza persone che quelle voci raccontano, anonimi, uno plagiato sull’altro, banali come abbandoni.

Foto di Paula Schmidt da Pexels.

Le cavallette, ovvero quelle che portano il cielo

E dire che di ognuno di noi, Dio Padre ha il sogno di farci come Giovanni, figli di donna sorti una volta per sempre e per una storia corposa come la vita, impastata di miele e cavallette, anzi di coeliferae, come sono chiamate dalla scienza: quelle che portano il cielo.
Chi le chiamerebbe mai così, queste farfalle venute male, ributtanti occhialute e isteriche, piccole graffette sgangherate pronte a saltare. Forse solo i poeti.

Quelle che portano il cielo. Giovanni mangiava loro.
Quello che porta cielo, Cristo Gesù presto nascente in una mangiatoia. Noi mangiamo Lui. Perdonate l’analogia, ma Cristo «tutto a tutti» si è fatto locusta per noi, si è fatto peccato nella nostra schiavitù, per essere pane di libertà. Le cavallette di Giovanni, per quanto nutrienti, erano una misera brodaglia per sopravvivere. Cristo, cielifero, viene a darci la sua vita, a orientare l’uomo a Chi appartiene, a Chi si fa parte, Chi si fa da parte, a Chi ci fa parte.
Abitare il deserto per noi è possibile, è bello.

Foto di Ricardo Esquivel da Pexels.

Chi laverà il mio peccato?

In quegli stessi anni universitari ascoltavo un album che in questi giorni ho ritrovato: Brooke Fraser, Flags, 2010. La traccia 9, Crows and locusts parla di cavallette e altri animali che vengono a devastare i campi. Una ragazza consola il padre (Is 40), tutto si sistemerà, ché quest’anno è così, ma nella pancia sente e sa che qualcosa è destinato a crescere dopo questa desertificazione, e lei non se ne andrà finché questo sarà avvenuto.
Cosa laverà il mio peccato? – si chiede alla fine. Nient’altro che il sangue. La canzone finisce e non ci dice chi verserà questo sangue.

Foto di Mike da Pexels.

E quest’anno è così, quest’anno di COVID, quest’anno che ogni giorno, dalla primavera, mi sono sentito come Ron nell’ultimo episodio della saga di Harry Potter, quando imperversa la guerra contro Voi-sapete-chi e lui non stacca l’orecchio dalla radiolina, dove trasmettono l’elenco dei caduti, pregando di non dover ascoltare il nome dei suoi amici e dei suoi cari. Ecco, ogni santo giorno anch’io sul Corriere tengo d’occhio il bollettino della pandemia, il numero dei contagiati e dei morti quotidiani, e mi sento come Ron.
Ma ogni giorno, io ho ancora la santa Messa, un canale che disturba la frequenza fissa della morte, e interrompe l’inesorabilità del tempo, per dirmi, se faccio abbastanza attenzione, di chi è il sangue di quella canzone, il sangue che lava il mio peccato.

Del resto C. S. Lewis lo aveva detto a chiare lettere: «Un territorio occupato dal nemico, ecco cos’è il mondo. Il cristianesimo è la storia di come il re giusto sia venuto sulla terra, potremmo dire in incognito, e ci chiami tutti a partecipare a una grande campagna di sabotaggio. Quando andiamo in chiesa, in realtà è come se ascoltassimo alla radio la trasmissione segreta dei nostri alleati; ecco perché il nemico cerca in ogni modo di impedirci di andarvi, giocando sulla nostra presunzione e pigrizia e sul nostro snobismo intellettuale».

Un caro amico


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