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La Regola di San Benedetto

«Nessuno ardisca…avere alcunché di proprio, assolutamente nulla: né il libro, né il tavolo, né lo stilo: proprio niente insomma» (Regula, XXXIII; 2-3) così San Benedetto invitava i suoi monaci, nella Regola, alla povertà, così la maggior parte delle persone, ancora oggi, seppur non nei termini di quella che Gregorio Magno definiva “Summa aurea Evangelii” immagina la Chiesa. C’è di più; molti scadono nel pauperismo più becero quando si associa la Chiesa ˗ sposa di Cristo povero, casto e obbediente ˗ ai beni terreni. Ma come va intesa la parola del padre del monachesimo occidentale, o ancor prima la parola di Cristo nel Vangelo?

La povertà di Gesù e della Chiesa

Per risalire agli albori della questione bisogna tornare indietro nel tempo a Papa Giovanni XXII, nel 1323, quando dichiarò solennemente con la Bolla Cum inter nonnullos, eresia la tesi per la quale Cristo e i suoi Apostoli fossero assolutamente poveri; una svista del Pontefice, una copertura per le ricchezze o cosa? Nulla di tutto ciò, considerando quali potevano essere al tempo le effettive ricchezze della Chiesa, quanto piuttosto un invito a leggere al meglio il Vangelo e la condanna di chi, appunto, semplicisticamente e con vena polemica di critica al di la di ogni ragionevole dubbio, afferma tesi di radicale improbabilità.

Per capire osserviamo da vicino Cristo e i Dodici: è vero, preso singolarmente il Cristo storico, ovvero il Figlio di Dio fattosi uomo e vissuto nel tempo e nella storia patendo le angosce e i dolori umani godendo delle gioie del mondo, non possedette nulla di proprio, non aveva casa, non aveva denari; nulla. Tuttavia, se considerato nel suo ministero, ovvero se considerato come il Cristo della Fede, quel Gesù che andò predicando il Regno con parole e segni lui aveva tutto quanto gli era necessario. E da dove gli provenivano le ricchezze? Dalla “cassa comune” da quanto tutti mettevano a disposizione affinché non mancasse nulla al Signore e ai suoi. Se poi vogliamo legare quanto appena detto a tesi di umbertiniana memoria, potremmo dire che l’altissima paupertas è perfetta quando per volontà del singolo si rinuncia al possesso e alla proprietà dei beni, ma non al loro utilizzo! Ed è quello che effettivamente fecero Cristo e i Dodici (cfr. U. da Casale, Tractatus de altissima paupertate Christie t apostolo rum aius et virorum apostolicam. Praefactio, par. 19, n. II).

Foto di falco da Pixabay.

Ed ecco che torniamo allora alle parole di San Benedetto: non devono i monaci possedere alcunché perché ogni cosa è a loro disposizione, proveniente da quella “cassa comune” in cui ognuno pone la proprietà ed il possesso dei suoi beni all’ingresso, ma nella quale nessuno rinuncia ad usare quanto c’è. Si capisce allora come le rivelazioni tragicomiche sulla presunta ricchezza infinita della Chiesa altro non siano che implementazioni di un pensiero che ignora la realtà dei fatti, alimentato spesso da media che molto poco scrivono o dicono di vero, ma molto architettano per distorcere quanto c’è di vero. La maggior parte delle cosiddette “ricchezze” del Vaticano sono tesori che nell’arco della storia della Chiesa, sono stati donati da persone che hanno ricevuto delle grazie particolari e che il Vaticano non ha nessun diritto di vendere. Due millenni di storia, di arte, di cultura, la Basilica di Pietro, la Cappella Sistina, la Pietà di Michelangelo, le stanze dei musei Vaticani sono patrimonio dell’umanità e sono solo gestite dalla Chiesa.

La Chiesa: un corpo che ama e che si dona

Quanto alla carità verso i più deboli, sappiamo tutti come la dottrina cristiana e il Magistero insegnino da sempre l’importanza e il dovere primario per ogni cristiano di avere cura e attenzione particolare per i poveri, per gli emarginati, per i malati… per tutti i tipi di povertà: economiche, spirituali, esistenziali. La carità cristiana è il cuore del messaggio evangelico! La Chiesa è sempre stata in prima linea nell’aiutare concretamente i poveri di tutto il mondo, con le Caritas, le Missioni e le Opere Pie. Si pensi ai tantissimi missionari che nei Paesi più disparati del mondo, soprattutto in quelli più poveri, portano l’annuncio evangelico prodigandosi anche per sollevare le popolazioni dalla povertà, dall’emarginazione, dalla fame, dalle malattie, nonché per l’educazione e la scolarizzazione dei ragazzi. Tutto questo, spesso, a rischio della propria vita.

Dunque, l’annosa questione della Chiesa e delle ricchezze, si fonda in realtà su una falsa concezione, la cui soluzione potremmo così riassumerla: «il primo gradino… è quello in cui l’uomo fugge del tutto la smemoratezza…custodendosi sempre dai peccati dei pensieri e della lingua» (Regula, VII, 10-12): non parliamo dimenticando quanto la Chiesa ha fatto e fa per la società, in termini di aiuto concreto e di cultura. Infine è bene ricordare che la Chiesa è la comunità dei battezzati. Ogni battezzato è incorporato alla Chiesa che è il Corpo mistico di Gesù Cristo. Invece di condannare la Chiesa, ognuno di noi dovrebbe interrogarsi su ciò che fa di buono per migliorare le sorti di questo mondo. Ogni battezzato ha il dovere di contribuire al bene della comunità. Dunque, riguardo all’aiuto al prossimo – per quanto ci è possibile e ognuno nel suo piccolo – siamo tutti interpellati, nessuno escluso. Allora forse sarebbe meglio frenare la lingua dal parlare! (cfr. Regula, VII, 56).

Cristian Lanni

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