Non siate turbati: Gesù è la Via, la Verità e la Vita è una meditazione sul Vangelo di Giovanni, al capitolo 14. altre riflessioni sulla Parola di Dio le potete trovare nella nostra rubrica Lievito nella pasta.

Nel Vangelo di questa domenica, Giovanni, ci presenta un discorso di Gesù forse non facile, sono parole bellissime, rivolte ai discepoli da un Gesù ormai consapevole del poco tempo che ancora gli è rimasto tra i suoi. Giovanni ci riferisce il discorso e lo fa ponendo l’accento sulla preoccupazione ed insieme la rassicurazione del Signore: far capire ai discepoli che non li lascerà mai soli.

Leggendo ci sembra di poter ascoltare dal vivo Gesù che parla e le sue parole
sembrano potersi riferire a noi, oggi. Anzitutto «non sia turbato il vostro cuore», il Maestro conosce il cuore dei suoi e sa quali sentimenti lo attanagliano; il Maestro conosce i nostri cuori e sa quali pensieri, oggi, lo coinvolgono: come per i discepoli anche per noi questi sentimenti sono la paura, la tristezza, l’incertezza, la solitudine. I suoi sarebbero stati colti dalla paura di essere arrestati, di essere anch’essi condannati a morte. Tristezza, per i patimenti del Signore e solitudine inquieta perché mancherà loro colui che tanto amano. Anche noi, come i discepoli, in questo tempo siamo colti dalle stesse emozioni. La paura di restare imprigionati nelle gabbie domestiche che ci contengono ormai da mesi, la tristezza per la sofferenza che si avverte aleggiare attorno, magari più vicina che mai per chi ha perso un proprio caro, la solitudine e l’inquietudine. Solitudine perché non possiamo vedere chi amiamo, inquietudine perché vorremmo correre verso i nostri affetti, ma sappiamo che ci è impedita questa possibilità, sappiamo che ci è impedito il gesto più semplice e naturale: un abbraccio. Il Signore Gesù, però, risponde ai discepoli, invitandoli a non avere paura, a non essere tristi, a non preoccuparsi ne spaventarsi. La sapienza dell’Evangelista nel non dare un nome agli interlocutori di Gesù ci permette di identificarci in loro, di far risuonare nei nostri cuori le parole confortanti del Maestro, di sentire che è a noi che parla! Oggi come allora non mangiamo più alla stessa mensa, non camminiamo più insieme per le strade e non conversiamo più, ma il Signore ci invita a fidarsi di Lui e del Padre. Fiducia! È la parola d’ordine: in molte occasioni capita di poter sentir dire o leggere di persone che piangono l’assenza della mensa comune, soprattutto domenicale, ma questo pianto è, forse, frutto di una poca fiducia. Gesù ci sta offrendo una possibilità preziosa: vivere questo tempo come un tempo prezioso e proficuo per incarnare in tutto il Vangelo.

La nostra mensa comune deve essere il bel gesto possibile nei confronti del vicino bisognoso, la parola di conforto per l’amico che soffre una perdita, il sorriso inatteso, anche se celato da una mascherina, verso chi si sta prodigando per noi, la riconciliazione con quel parente con cui non parlavamo. Questo ci sta dicendo oggi il Maestro: se non possiamo trovare il suo volto nella mensa comune, cerchiamolo nel prossimo con cuore sincero! Così potremmo non aver paura, non sentirci soli, non temere la solitudine e non sentire l’inquietudine. È bello pensare che Gesù vive i nostri sentimenti ed è altrettanto bello avere la certezza che lui si curi di noi e che stia preparando un luogo per tutti. Ecco, questa seconda parte del brano evangelico introduce ad una tematica a cui spesso preferiamo non pensare: il dopo, il Regno dei Cieli, il congedo dai propri cari. Questo tempo ci ha un po’ scaraventato in tematiche del genere, abbiamo passato un periodo non breve faccia a faccia con il congedo dai cari. Chissà come sarà questo posto che il Signore sta preparando, se avrà pareti o se le sue pareti saranno le nubi del cielo, se avrà pavimenti o i suoi pavimenti saranno le acque del mare, non lo sappiamo. Non sappiamo nulla, sappiamo solo una cosa: in quel posto che ci prepara Gesù si respirerà amore a pieni polmoni, si sentirà sul viso la brezza della pace, il cuore si riempirà della gioia si stare sempre in comunione con Lui, con il Padre e con lo Spirito Santo. Se pensiamo bene a questo brano evangelico ci rendiamo conto, come abbiamo detto all’inizio, che sono le parole di una persona consapevole di avere ancora poco tempo da vivere e quindi, alla fine, queste sono tra le sue ultime parole, sono una sorta di lascito a chi rimane. Le ultime parole che si pronunciano alla fine di una vita sono particolari, sono il riassunto dell’essere: Platone le affida a Socrate e tramite lui parla di immortalità, un condannato solitamente consola chi rimane e lo vedrà perire. Si avverte anche la pragmaticità, talora: la madre di Goethe, ad esempio, raccomandò al figlio di non eccedere con l’uva passa nel dolce preparato per la sua sepoltura, i Patriarchi biblici, invece, lasciavano la terra benedicendo la loro discendenza.

In questa Parola, allo stesso modo, abbiamo Gesù che affida ai suoi un lascito, ma con una particolarità: chi lo riporta, chi riferisce per iscritto questo lascito crede fermamente che chi parla sia ancora vivo! Non solo per l’attualità di ciò che dice, ma soprattutto per la risposta che dà a Tommaso: «Io sono la via, la verità e la vita». Pensando alla via, ci viene in mente un sentiero da seguire ma ci sfugge spesso che anche una persona può essere via: un esempio che quotidianamente ci insegna qualcosa e ci dice cosa fare. Non tutto si impara a scuola, non tutto si può imparare leggendo, ci sono cose che si imparano osservando e ripetendole. E allora, si può osservare chi non è vivo? No, certamente. Gesù è quella persona che ogni giorno, in ogni tempo ci dà l’esempio con la sua Parola: sempre, anche oggi, anche ora, in questo momento! Dire oggi che Gesù è la via significa dire che nella sua Parola noi troviamo un esempio da seguire. Gesù, poi dice a Tommaso di essere la verità. Come spieghereste ad un bambino in cosa consiste la verità? È difficile, ma proviamo a spiegarlo nel modo più semplice: è vero ciò che corrisponde ai fatti. Ma se il Maestro non fosse vivo, come crede l’Evangelista scrivendo, come potrebbe corrispondere ai fatti la sua Parola? Come potrebbe curarsi di noi? Sarebbe un bugiardo! Ecco dunque quanto dicevamo prima, se non è possibile la mensa comune ciò non significa che il Signore si sia assentato, ci abbia abbandonato. Oggi,come una goccia d’acqua che cade nel vuoto di una grotta riecheggiando nel toccare il suolo, riecheggiano nel nostro cuore le esortazioni di Gesù a fidarsi di Lui e del Padre: la mensa comune può essere vissuta, in quest’oggi così eccezionale, nella comunione di amore, nei gesti, nelle parole, nella ricerca dell’esempio che ci viene dalla Parola, nella ricerca del modo migliore per incarnare quell’esempio! Infine, la vita: non ci accorgiamo di essere vivi e di essere ricettori di un dono inestimabile finché qualcuno dei nostri cari non muore e facciamo esperienza della morte da vicino. Lo abbiamo ricordato poc’anzi: questo periodo ci sta interrogando e facendo sperimentare da vicino la morte. Quanto veniamo a contatto con questa terribile realtà ci accorgiamo del dono immenso di cui siamo partecipi e sorge la domanda: se amiamo la vita come possiamo non amare colui che ci ha donato la vita eterna offrendo, per amore, la sua stessa vita? Leggere oggi questa Parola significa riconoscere tutto quanto detto fin ora, significa affidarsi del tutto a Gesù come Maestro, esempio, come Parola che dice il vero, come datore di un dono inestimabile che è la vita eterna!

Leggere oggi questa Parola significa rispondere alle paure, alle tristezze, alla solitudine di questi giorni in modo netto, chiaro: io non temo perché ho fiducia. Io non temo perché amo sapendo di essere amato! E come dimostriamo l’amore per Gesù? Ce lo suggerisce la Parola di Dio di questa domenica che offre la Liturgia ambrosiana, la quale in fondo si intreccia e si completa con quella romana fin ora vista. Ebbene, ci dice che per dimostrare questo amore bisogna accogliere la Parola e custodire nel cuore i precetti del Signore. Il vero discepolo è colui che dimostra amore: per identificarci in quell’interlocutore generico che la liturgia romana ci presenta nel Vangelo di questa domenica dobbiamo liberare il cuore e amare; in questo modo saremo oggetto di una manifestazione particolarissima dell’amore del Padre nel il Figlio, attraverso lo Spirito Santo. D’altronde, ce lo dice la Parola nella liturgia ambrosiana, la manifestazione più grandiosa del Signore non sarà un qualcosa di eclatante e plateale, bensì qualcosa di intimo, di personale quanto immensamente grande: sarà una manifestazione che sboccerà nell’intimo delle nostre coscienze, nel nostro cuore! Gesù si manifesterà così a quanti lo amano e tornerà ad abitare con loro. L’oggi della Parola ci sta dicendo di approfittare di questo tempo per tornare ad amare perché amando ritorneremo al Maestro, amando riusciremo ad averlo come esempio, a credere in lui perché veritiero, a ringraziarlo perché datore del meraviglioso dono della vita eterna. Amando riusciremo ad ascoltare la sua Parola ed accogliere i suoi precetti, ma non anteponendo i nostri desideri reconditi al bene altrui. Amando torneremo a condividere la mensa con autenticità.

Cristian

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