Insegnare per regalare la forza di una Presenza.

SI MISE A INSEGNARE LORO MOLTE COSE

È il 4 giugno, ultimi giorni di scuola. Tento di dire ai miei studenti le ultime cose utili prima delle vacanze; cerco di attirare la loro attenzione ma Andrea mi interrompe bruscamente: “Prof tanto io vengo bocciato, a cosa serve ancora studiare? Lei però ci sarà anche il prossimo anno e quindi ci vediamo di nuovo in primo”.
Colgo in quella esternazione tutta la lotta che sta vivendo: delusione, rassegnazione, rabbia contro sé stesso per non essersi impegnato e contro un sistema che sembra essersi arreso alla sua negligenza, incapace di incuriosire e suscitare desiderio di apprendere. Andrea è arrabbiato ma sembra che la sua rabbia trovi un appiglio nella certezza della mia presenza il prossimo anno. In questo anno abbiamo costruito un buon rapporto di fiducia, ma io non posso dire che ci sarò. Noi prof precari siamo soggetti alla tombola delle graduatorie. Basta un punto in più o in meno a decidere se e dove insegnerò.

Foto di Tima Miroshnichenko da Pexels.

ERANO COME PECORE CHE NON HANNO PASTORE

Questi ragazzi sono disorientati e delusi, immersi in mondi familiari disgregati, con parentele allargate, hanno due madri o due padri perché i genitori naturali si sono risposati e cercano negli occhi di chi li accompagna, anche di una prof, una risposta al loro desiderio di sentirsi unici, voluti, amati.
A volte sono sballottati dentro derive culturali, ideologie, tendenze affettive reali che toccano nel profondo la loro persona come Maria che un giorno in classe ha fatto davanti a tutti l’esternazione della sua omosessualità.

Parlavamo delle vacanze e chiedevo loro come le avrebbero trascorse e Maria se ne è uscita provocatoria: “Io prof starò finalmente con la mia fidanzata”. Sono seguiti attimi in cui Maria ha ascoltato attentamente il mio silenzio. Un silenzio di non-giudizio che l’ha disorientata e poi ha continuato come se dovesse difendersi anche se nessuno l’aveva attaccata: ”Prof guardi che non c’è niente di male ad avere una compagna, ad essere omo”.

Avrei voluto chiederle cosa la legava alla sua fidanzata: vero amore, bisogno di comprensione, affinità, paura dell’altro sesso, sensazione di sicurezza, semplice emulazione oppure adesione ad un fenomeno culturale?
Invece ho fatto tabula rasa di tutto: teorie, pregiudizi, analisi psicologiche, curiosità. Ho cancellato quella pretesa di comprensione, quell’analisi tecnica, quella conclusione morale che così tanto allontanano le persone.

Maria era lì, viva, esposta al giudizio di tutti; una piccola donna originale e troppo unica per stare dentro qualche teoria. Così, come spesso faccio le ho posto una domanda che era semplice interesse a lei, per dirle: “Mi interessi tu e basta”. Ho chiesto serena: “È una cosa seria?”. Maria è rimasta spiazzata ma ha continuato ancora aggressiva: “Prof sono solo due mesi che stiamo insieme. È poco tempo per capirlo sia se stai con un ragazzo, sia se stai con una ragazza”.

Ho imparato a fare da sponda alle rabbie dei miei studenti. Perché la rabbia ha bisogno di sponde, di ascolto, di presenza fiduciosa. Le parole non servono. Non si parte dai discorsi ma dal regalare la forza di una Presenza che colpisce nel fondo del cuore e suscita desiderio di apprendere, di farcela. Desiderio di vivere.
Non è forse in-segnare un “segnare dentro”?
Al termine della lezione Maria mi si è avvicinata per dirmi che sarebbe venuta al corso estivo che organizzava la scuola.
”Prof io ci sarò al corso. Lei ci sarà?”. Stavolta ho potuto rispondere: ”Si, ci sarò”.
Stavolta posso dire che vi accompagnerò per un altro pezzo di strada.

EBBE COMPASSIONE DI LORO

In questo anno mi sono chiesta quale fosse l’elemento che mi avrebbe permesso di entrare in sintonia con i miei studenti. Empatia? A me la questione dell’empatia convince poco. Ho studiato e letto molto sull’empatia ma ora sono ancora più certa che il segreto non è nella psicologia.
Cosa riempiva lo sguardo di Gesù di compassione? Cosa lo rendeva empatico, capace di arrivare al cuore della gente?
Gesù riceve su di sé lo sguardo del Padre. Passa tanto tempo in preghiera per ricevere quello sguardo, per lasciarsi guardare e amare dal Padre. Riceve un amore totale, senza giudizio, tenerissimo. E quello sguardo che Lui riceve lo ridona a chi incontra. La gente si sente guardata da Gesù con lo sguardo del Padre. Forse Andrea, Maria e gli altri studenti hanno incontrato nel mio sguardo “lo sguardo del Padre”. Lo stesso sguardo che sento per me. Lo sguardo di un pastore-padre che veramente ha a cuore la mia vita e non mi lascia.

Foto di Tima Miroshnichenko da Pexels.

“Ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose”.

Prof.ssa Alessandra Milani

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