Dentro la Regola di San Benedetto

Disappropriazione dei beni

La vita monastica, pur essendo soprannaturale nelle sue motivazioni e nel suo fine, è una vita incarnata. I monaci non sono angeli: hanno un corpo, hanno bisogno di cibo per nutrirsi, di vestiti per coprirsi, di strumenti per lavorare. Di conseguenza nel monastero vi sono vari beni materiali di cui non si può fare a meno.

Nei capitoli che trattiamo in questo articolo è bene sottolineare l’importanza che San Benedetto dà alla disappropriazione e allo spogliamento individuale. La povertà individuale è intesa anzitutto come dipendenza dall’abate, il quale ha un grande ruolo in questa materia. La rinunzia alla proprietà proviene dalla rinunzia alla propria volontà ed è collegata con quella, propria di Agostino, della comunione fraterna dei beni, secondo il modello della comunità dei primi cristiani. 

San Benedetto, per scrivere questi capitoli della Regola, si rifà al Vangelo e agli scritti di Cassiano e di Agostino. La tendenza della Regola benedettina è quella di abbreviare, oppure di riassumere in una formula generale più norme e dettagli; essa inoltre è più dura rispetto ai testi precedenti, con frequenti riferimenti in questi capitoli alle pene e alle relative punizioni.

In ogni monastero c’è la presenza dei laboratori per il lavoro, ed è per questo che il cap. 32 disciplina come il monaco debba comportarsi con gli attrezzi e gli altri oggetti presenti nel monastero. In questo capitolo emerge la scrupolosità del Patriarca, perché nel monastero nulla è “profano”: l’ordine, la pulizia, la buona amministrazione devono regnare nel monastero che è “casa di Dio”: pertanto tutti gli oggetti debbono esser visti, in un’ottica di fede, come oggetti sacri.

Nulla di proprio

Il capitolo successivo, il 33, intitolato “se i monaci possono avere alcunché di proprio”, è uno dei più duri della Regola. Si tratta di una pagina energica, radicale, in cui San Benedetto porta a conseguenze estreme l’insegnamento di Cassiano, imponendo che il monaco non possegga nulla di proprio e sia in totale dipendenza dalla volontà dell’abate. Alcune espressioni del Santo Patriarca sono in linea con precedenti espressioni incisive di San Girolamo.

Nel capitolo 34, poi, San Benedetto specifica, rifacendosi ad Agostino, che tutti i componenti della comunità monastica debbano ricevere in egual misura quanto necessario. Si sottolinea invece nel capitolo 54 che il monaco non possa ricevere nulla dall’esterno senza il permesso dell’abate. Nel 55 si forniscono indicazioni relativamente alle vesti e alle calzature che i monaci devono indossare. All’epoca, vi erano differenze nell’abito tra monaci orientali e occidentali.

L’abito

In oriente gli anacoreti vestivano con grande libertà, ma il primo abito monastico distintivo fu la “melota”, una specie di abito largo, fatto di pelli di capra o di altro animale, stretta al corpo da una cintura di cuoio. Invece in occidente l’abito monastico era vario ma caratterizzato dalla presenza del cappuccio, tanto che i monaci furono conosciuti come “gens cucullata”, ossia “persone incappucciate”. I primi monaci di San Benedetto usavano probabilmente la cuculla, la tunica e lo scapolare che, nei primi secoli, non erano abiti prettamente monastici. Il capitolo 57 sottolinea che il monaco debba essere distaccato dalla proprietà privata anche nei suoi pensieri.

Ut glorificetur Deus

È importante sottolineare che anche nel lavoro manuale e nel rapporto coi beni materiali deve essere glorificato Dio. È significativo a tal proposito la frequenza con cui ricorre nei libri o nei santini la sigla “U.I.O.G.D.”, sigla che significa Ut In Ominibus Glorificetur Deus (Perché in tutto sia glorificato Dio), presente nella prima lettera di San Pietro e che ben riassume lo o spirito di fede di san Benedetto.

Spero che questo, come tutti gli articoli, sia stata occasione per glorificare Dio nella nostra semplice e umile vita quotidiana.

Fra Matteo

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