Avevamo lasciato lo scorso articolo (clicca qui) sul punto di un interrogativo: Bukowski chiede alle parole il perché e se la vita è inutile. Continuiamo, allora, a sondarne insieme il contenuto.

Attrazione e inutilità

Foto di Makro_Wayland da Pixabay

L’inutilità nasce dall’osservazione, afferma il verso appena successivo: le donne mi ricordano capelli nell’acquaio, le donne mi/ ricordano intestini,/ e vesciche e movimenti di muscoli escretori. Le donne sono una delle sue primarie passioni (insieme all’alcool), e il poeta ne ha disperatamente frequentate molte. 

Ancora ritroviamo qui la tensione tra due poli: l’attrazione per l’oggetto e l’atarassica e disillusa osservazione dei suoi fattori costitutivi; nel nostro autore l’esercizio della lirica, ed in questa certamente, non si esplica in una sorta di vocazione sociale o ideale; Bukowski non si muove per lasciare una morale, almeno non nelle intenzioni dirette. Si tenga ben presente questo nella lettura per evitare l’equivoco dell’approccio citazionistico alla Instagram
Proseguendo ascoltiamo l’autore: tutti mi infondono la gelida calma/ della pietra tombale. Siamo nella parte finale del v. 8 e quello iniziale del v. 9 ed appare, similmente alla forza dell’immagine, un giudizio ineludibile: la tomba di pietra come termine e confine.

Nel mistero che emerge

Ma appena dopo, ecco un passaggio che segna, scusate il gioco di parole, un passaggio: forse il solo rifugio è nell’udire/ che sono esistiti altri uomini disperati, altri uomini come il poeta americano, famosi per il loro genio e che Bukowski avverte compagni per la comune disperazione e per la comune vocazione di uomini che osservano.

È necessario fare un punto: abbiamo davanti due parole che vengono usate in questi primi versi, la parola peccato, come esclamazione, con cui si apre la lirica e la parola forse nel verso appena riportato. 

Entrambe le parole sembrano indicare la fessurazione di quella pietra tombale; se da un lato c’è la presa di distanza disillusa dalle cose che guarda scorrere nel palcoscenico del mondo, dall’altro promana dal testo come una sofferta nostalgia che le cose (e lui stesso) non siano in se stesse unite e che non abbiano consistenza. 

Questa nostalgia è il culmine della genialità umana perché essa è la profondità della realtà, cioè la profondità del cuore umano che è il mistero più grande dell’universo. Che la realtà e la vita siano dure tutti lo sanno; alcuni uomini le guardano ancora più dentro con tutte le loro implicazioni; ma solo il genio (anarchico o religioso che sia) sa cogliere il mistero che emerge da se stessi. Non spiegarlo, ma coglierlo si come una spina conficcata nella carne.

Nostalgia

La nostalgia a cui ci riferiamo la troviamo ben espressa nei versi che riportiamo nel testo: 

me ne sbatto davvero, ed è un peccato:
ho ricevuto lettere da un giovane poeta 
(giovanissimo, sembra) che mi dice
che un giorno sarò certamente riconosciuto
come uno dei migliori poeti al mondo.

Ancora qui ritorna il riferimento alla mancanza di affezione per la realtà: è un peccato, scrive, ed è appunto questa una apertura della sua autocoscienza; come a dire “rintraccio in me una mancanza” e me ne dispiace. Bukowski rifiuta la definizione di poeta: 

Poeta!
una malversazione: oggi ho camminato nel sole e nelle strade
di questa città: senza vedere nulla, senza imparare nulla,
senza essere nulla. 

Rifiuta il compito di poeta ma qui è un gioco di affermazione attraverso la negazione  poi però cede, anche se per un istante, alla provocazione dell’estimatore che gli ha scritto, andando a rileggere la lettera: 

e anche se ho tenuto le lettere del giovane poeta,
non credo in esse
ma come i palmizi
malati
e il tramonto del sole
ogni tanto le guardo. 

Chissà perché ogni tanto le ha guardate quelle lettere anche se non ci credeva? È una domanda che non può lasciarci tranquilli. Certo, non si tratta di una dichiarazione sulla solidità del vero, sulla pacificazione della storia, sulla positività dell’essere. Sarebbe stupido anche solo ipotizzare che un autore ed un uomo cosi come Charles Bukowski voglia rappresentare un qualunque e semplicistico apparentamento filosofico, sociale e religioso.

C’è questa nostalgia che ritorna però.

Una maledetta nostalgia che rimane appiccicata anche a chi legge.

Siccome tutto è propedeutico e legato, varrebbe la pena vedersi Youtube il video di una intervista a Bukowski sulla fine della storia d’amore con la sua donna più amata, Linda King.

Don Giuseppe Bianchini

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