Nelle vecchie sacrestie si trovano ancora, bianchi e inamidati, riposti con cura nel fondo di un cassetto, e anche se da qualche decennio non si usano quasi più, rimangono lì a testimoniare secoli di storia, di liturgia e di incontro con Dio. A livello di definizione: “L’amitto è una veste liturgica costituita da un panno di lino bianco e rettangolare munito di due nastri in tessuto. Per essere indossato, l’amitto viene appoggiato sulle spalle e quindi legato attorno alla vita mediante i nastri di cui è munito”.

Un tempo il sacerdote che si apprestava a celebrare la divina liturgia, a ogni paramento sacro che indossava collegava una preghiera, e per l’amitto era la seguente:


“Impone, Domine, capiti meo galeam salutis
ad expugnandos diabolicos incursus”
(Imponi, Signore, sul mio capo l’elmo della salvezza,
per affrontare le avversioni del diavolo).

Queste parole sono ispirate dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesini,
dove si legge: “Prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, che è la parola di Dio”. (Ef 6,17). L’amitto è allora una vera e propria arma per combattere contro il diavolo: l’elmo salva la mia vita e mi permette di combattere.

Con la riforma liturgica del Concilio Ecumenico Vaticano II, l’amitto è stato di per sé salvato dalla bufera del cambiamento, ma le nuove fogge dei camici provviste di collo, hanno dato il via a una certa decadenza, a favore di praticità e velocità.
Oggi, Giovedì Santo, è il giorno dell’ultima cena di Gesù con i suoi apostoli, giorno in cui ha istituito l’Eucaristia e il Sacerdozio, per questo motivo definito giovedì sacerdotale.


Caro Sacerdote, mi rivolgo a te mostrandoti un amitto, e anche se non lo usi più, lo conosci bene. Oggi corri da una parrocchia a un’altra, mille impegni, mille e mille situazioni…
Eppure: “Imponi, Signore, sul mio capo l’elmo della salvezza, per affrontare le avversioni del diavolo”: l’amitto dice chi sei a te stesso e a Dio, ti aiuta a pregare, a difenderti, a essere testimone e non funzionario.

In questo Giovedì Santo 2024 ti offro l’amitto, non da indossare, ma da meditare.


Con le stesse tempistiche di sempre, spesso trafelato e affannato arrivi in sacrestia, e mentre ti prepari qualcuno ti chiede qualcosa, i chierichetti sono da tenere a bada, l’altare non è pronto… “Imponi, Signore, sul mio capo l’elmo della salvezza, per affrontare le avversioni del diavolo”. Anche se non indossato, l’amitto svolge la sua missione e tu non fai delle cose, non dici delle parole, ma sei lo stesso Signore Gesù Cristo che offre tutto sé stesso sulla croce e sull’altare, per il bene del mondo. Quando elevi il pane e il vino,
quando comunichi i fedeli al corpo e Sangue di Cristo, tu, alter Christus non ti appartieni più: sei di Dio e a servizio del suo mistero di salvezza.

Caro Sacerdote, amitto o no, torniamo alle radici della vocazione, quando una frase del vangelo faceva vibrare il nostro cuore e rendeva possibile l’impossibile, viviamo la meravigliosa grazia di essere persone totalmente offerte all’Amore, e verso l’Amore procediamo, insieme.

Fratello Luca Rubin (https://www.lucarubin.it/)

Chi volesse vivere con noi questo Triduo Santo, può trovare altre meditazioni sul nostro blog: www.legraindeble.it

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