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Nella festa liturgica di Maria Maddalena, apostola degli apostoli, ascoltiamo questo commento sinottico tra due brani della Bibbia: uno tratto dal capitolo 20 di Giovanni e uno dal libro della Genesi.

Il dolore e il pianto della Maddalena

Il Signore Dio fece all’uomo e a sua moglie tuniche di pelli e li vestì. 

Poi il Signore Dio disse: «Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi quanto alla conoscenza del bene e del male. Che ora egli non stenda la mano e non prenda anche dell’albero della vita, ne mangi e viva per sempre!». Il Signore Dio lo scacciò dal giardino di Eden, perché lavorasse il suolo da cui era stato tratto. Scacciò l’uomo e pose a oriente del giardino di Eden i cherubini e la fiamma della spada guizzante, per custodire la via all’albero della vita (Gn 3, 20-24).

In questi tempi pandemici moltissime persone stanno, come Maria Maddalena, in prossimità del sepolcro di Gesù, del suo ricordo, con gli occhi pieni di pianto. Un pianto che lava, ma che, fintanto che fluisce, vela gli occhi di nebbia e impedisce di riconoscere le cose nella loro verità. Il dolore prostra: Maria Maddalena si china sul sepolcro dell’Amato Gesù, è ripiegata, accartocciata, questo dolore non la redime.

Ma proprio in quel momento contempla attraverso le lacrime due angeli, uno alla testa e uno ai piedi del luogo in cui Gesù era stato deposto, due angeli come i due cherubini di Eden.

La menzogna spacciata dai sommi sacerdoti all ’indomani della Resurrezione – si doveva spargere la brutta novella del furto del cadavere dell’impostore Gesù – avvelena anche il cuore della fedele discepola. Lo hanno preso

A questo punto, si volta, si converte a un’immagine di Gesù che le si presenta dinanzi. Forse è per quella nebbia amara di lacrime, ma Maria non lo riconosce, pensa che è il custode del giardino. Gesù, il custode del giardino. 

Ed è così, se torniamo al terzo capitolo della Genesi, in cui Dio Padre custodisce il giardino dalla presa dell’uomo. Incredibile quanto la Parola evochi nella memoria del suo popolo. Non è vero che è il custode del giardino, eppure è vero, Gesù è il custode del giardino nuovo, quel giardino da cui Adamo fu cacciato via. Ma Maria questo non lo vede ancora, non può vederlo.

Manca un passaggio fondamentale.

Prendere o lasciare?

Si fa avanti, andrà lei a riprenderlo. Vuole prenderlo. Ieri i soldati del racconto evangelico avevano preso i soldi dei sommi sacerdoti per spargere la menzogna, ieri le donne si lanciano su Gesù per prendergli i piedi, afferrarli per sé. È tutto un prendere, un arraffare, non c’è ancora spazio nel cuore dell’uomo per lasciare la presa. Un maestro mi ha insegnato che prendere è il verbo del peccato dei progenitori e di ogni peccato che è venuto dopo. Accogliere, lasciare la presa, è il verbo della vita nuova. C’è un’espressione bella per dire la generosità: avere le mani bucate. Forse non ci pensiamo, ma sono proprio le mani di Gesù crocifisso e risorto, bucate vuol dire che sono talmente aperte e libere che proprio niente possono più trattenere. 

Maria!

Ma ecco qui la svolta: “Maria!”.

La chiama per nome, e lei si volta ancora. È a quel punto della sua “conversione” che la prostrazione di Maria diviene preghiera che sgorga da un cuore purificato. Nel suo dolore, Qualcuno l’ha amata: Gesù, il Dio che l’aveva misericordiata. Solo a Lui parli con la tua vera voce, solo Lui la sa ascoltare, la riconosce, la assume tra le sue cose più care, la tua voce, quella che fai difficoltà a riascoltare quando la registri, quella che neppure tu vuoi riconoscere, quella di cui hai vergogna. Il tuo dialetto personale. “Rabbunì!”.

Mio o nostro?

A questo punto dopo averla amata, Gesù torna a insegnare. “Non trattenermi.” Non arraffarmi. Non prendermi, lasciami andare dal Padre.

Lei che aveva detto agli angeli: Hanno preso il mio Signore! Quanto lo amava! Ma lo voleva tutto per sé, era il suo. Gesù ora le dice: Va’ dai miei fratelli, e di’ loro: “Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”. Non esiste più “mio”, che non sia anche “vostro”.

Questo Vangelo per me è stato la rivelazione della fraternità, che non avevo mai compreso nell ’ambito della famiglia naturale, o della società, o nei proclami dei politici.

 

L’inizio degli “inizi” di Maria, la nuova Eva.

Mi ricordo la prima impressione fortissima che mi provocò ascoltare questo Vangelo: Dove ho già visto questa scena? Era un déjavu o cosa? 

Era il giardino di Genesi, dove stava l’albero della vita (la croce), i cherubini (gli angeli in bianche vesti), l’umanità redenta (Maria di Magdala), che si ripresenta al suo vero Custode, risorto, per ricevere la vita compiuta. 

Vi ricordate come comincia questa storia? L’angelo si presenta alla vergine Maria, le dice “Rallegrati, non temere, il Signore è con te”.

E ora, alla fine del racconto, il Risorto si rivolge alle donne con le stesse parole, annuncia loro di rallegrarsi e di non temere. 

Il Signore è con noi nei nostri ospedali sfiniti e delle nostre case sigillate, ripete le stesse parole, sempre nuove. Forse non abbiamo spazio per correre come le donne e gli apostoli fino alle nostre chiese. Ma abbiamo tempo di ascoltare le sue parole, le sole cose viventi che ci sono rimaste, che trasformano i cimiteri in giardini e la pietra del sepolcro nel pane della Resurrezione.

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