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L’intestazione del Salmo 33

Testo del Salmo al link https://www.bibbiaedu.it/CEI2008/at/Sal/34/

Le chimere della vanità

Nel tentativo di meditare il salmo 33 (eb. 34), successivo alla scorsa meditazione (al link https://www.legraindeble.it/2198-2/), cercando di coglierne i richiami più profondi e i riferimenti della Scrittura Antica al Nuovo Testamento, si potrebbe iniziare dall’analisi dell’intestazione del salmo, enigmatica quanto stupendamente rivelatrice, se, travalicando il senso letterale si giunge a contemplare la prefigurazione del Cristo che in esso è celato. In questa analisi, seguirò il commento al salmo 33 contenuto nelle agostiniane Enarrationes in Psalmos, la cui illuminata e illuminante trattazione teologica rende manifestatamente limpida nel cuore la chiarezza e la luminosità della “retta Via”. Quante volte la smarriamo per assecondare il luccichio di vani bagliori che hanno soltanto la parvenza della verità, ma, in realtà, sono chimere prive della consistenza e della forza della Vita Vera. Solo ad Essa possiamo tornare, dispersi nelle vanità delle nostre convinzioni, solo con Essa possiamo misurare la nostra inconsistenza e ritrovare la dignità del nostro essere creature, anime intrise di bellezza, perché plasmate dalla mano di Dio, la Cui carezza eterna, sola, può renderci felici.

L’intestazione

Così dice l’intestazione del salmo: Τῷ Δαυιδ, ὁπότε ἠλλοίωσεν τὸ πρόσωπον αὐτοῦ ἐναντίον Αβιμελεχ, καὶ ἀπέλυσεν αὐτόν, καὶ ἀπῆλθεν (Tò David, opòte elloìosen to pròsopon autou enantìon Abimelech, kaì apélusen autòn, kaì apélthen). Letteralmente significa: “A Davide, quando mutò il suo volto di fronte ad Abimelech e lo abbandonò e se ne andò”. Agostino comincia la sua trattazione cercando nella Bibbia la verità storica a cui l’intestazione si riferisce: in questa prima parte di commento risiede una prerogativa dell’interpretazione della Scrittura che non deve essere messa in discussione dalla facile incredulità dell’uomo, semplicemente perché non riusciamo a dare credito a fatti che si allontanano tanto dalla nostra esperienza sensibile. Eppure, non si può prescindere dalla verità della lettera: ogni interpretazione (morale, allegorica, spirituale) deve presupporla; Agostino infatti dice, riferendosi alla vicenda che l’intestazione riassume: “tale fatto è verissimo, perché è accaduto, e ciò che è accaduto è stato scritto”.

La vicenda

La vicenda a cui Agostino riferisce la verità fattiva dell’intestazione si trova in 1Sam. 21, 11-13: per invidia del re Saul, a seguito dell’uccisione di Golia, Davide decide di recarsi presso Achis, re di Gat. Quando anche ad Achis giunsero testimonianze sulla gloria di Davide per aver sterminato il nemico, Davide, temendo che anche il re presso cui si era rifugiato potesse fargli del male “cambiò comportamento ai loro occhi e faceva il folle tra le loro mani: tracciava segni strani sulle porte e lasciava colare la saliva sulla barba”. Se pure la vicenda sembra coincidere, tuttavia il nome di colui davanti al quale si trova Davide cambia nelle due versioni. Scrive Agostino: “Siamo perciò maggiormente spinti a ricercare il mistero, proprio perché è mutato il nome. Infatti, né quella vicenda è accaduta senza motivo – è accaduta certamente – ma perché figurava qualcosa; e neppure sono state scritte senza motivo le parole del salmo, ed è stato mutato il nome”.

A figura del Cristo

Davide è figura del Cristo, Golia del demonio. Davide, piccolo fanciullo che sconfigge il gigante Golia diventa prefigurazione dell’Umile, dell’Innocente che per mezzo del Suo Sacrificio sconfigge il Superbo e la superbia di un uomo che non è più capace di ubbidire alla volontà di Dio. Il nome Abimelech, invece, significa “regno del Padre”. In conclusione della sua via interpretativa scrive Agostino: “Che significa alla presenza di Abimelech? Davanti al regno del Padre. E che significa: davanti al regno del padre? Alla presenza dei Giudei. E lo abbandonò e se ne andò. Chi abbandonò? Abbandonò lo stesso popolo dei Giudei e se ne andò. Cerca ora Cristo presso i Giudei, e non lo trovi. Perché lo abbandonò e se ne andò? Perché mutò il suo volto”. Muta, quindi, il sacrificio, non adempiuto “secondo l’ordine di Aronne”, ma secondo “l’ordine del Cristo” che diventa Corpo e Sangue perché, cibo della nostra anima, possiamo essere capaci di trovare la Salvezza. Contemplando e percependo interiormente la grandezza e l’immensità di questo Mistero potremo raggiungere, non più dispersi nelle nostre vanità, la felicità dell’incontro con Dio.

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