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Ho quasi la certezza che chiunque leggerà questo breve articolo conosca, almeno di nome, San Francesco di Assisi, uno dei santi più conosciuti e forse maggiormente amati nella storia del Cristianesimo e non solo.    Amato per la sua passione lirica nei confronti del Creato, per la sua povertà, per la sua radicalità. Un santo su cui, sopratutto nell’ultimo secolo, sono stati scritti fiumi di inchiostro.

Proprio alla luce di questa popolarità ha un gusto agrodolce la scoperta che vi sono parti della vita di San Francesco che spesso giacciono nell’ombra, come ad esempio la sua giovinezza oppure per usare dei termini tipicamente ecclesiastici il tempo che ha preceduto la sua “uscita dal secolo” (FF110, Testamento 1226).

Non è mia intenzione ripercorrere le tappe della vita e della conversione di colui che è al secolo era Francesco di Pietro di Bernardone, sarebbe troppo lungo ed esula ampiamente dalle mie competenze, però vorrei riportare per poi rifletterci sopra un episodio abbastanza conosciuto della sua vita assisiana. E’ un brano riportato sia da Tommaso da Celano, nella sua Vita Seconda (FF 588), sia dalla Leggenda dei Tre Compagni (FF 1402).Io mi riferirò a questa seconda fonte.

 

Siamo nel terzo capitolo di questa Leggenda, Francesco è già stato prigioniero a Perugia, è già partito per inseguire il proprio sogno di cavaliere, ha già visto questo suo sogno naufragare ed ha già avuto due sogni rivelatori, uno dei quali lo invitava a tornare nella sua città natale ed ora è proprio qui che lo ritroviamo:

“Tornato che fu dunque ad Assisi, dopo alcuni giorni, i suoi amici lo elessero una sera loro signore, perché organizzasse il trattenimento a suo piacere. Egli fece allestire, come tante altre volte, una cena sontuosa.
Terminato il banchetto, uscirono da casa. Gli amici gli camminavano innanzi; lui, tenendo in mano una specie di scettro, veniva per ultimo, ma invece di cantare, era assorto nelle sue riflessioni.
D’improvviso, il Signore lo visitò, e n’ebbe il cuore riboccante di tanta dolcezza, che non poteva muoversi né parlare, non percependo se non quella soavità, che lo estraniava da ogni sensazione, così che (come poi ebbe a confidare lui stesso) non avrebbe potuto muoversi da quel posto, anche se lo avessero fatto a pezzi.
Gli amici, voltandosi e scorgendolo rimasto così lontano, lo raggiunsero e restarono trasecolati nel vederlo mutato quasi in un altro uomo. Lo interrogarono: “A cosa stavi pensando, che non ci hai seguiti? Almanaccavi forse di prender moglie?”. Rispose con slancio: “E’ vero. Stavo sognando di prendermi in sposa la ragazza più nobile, ricca e bella che mai abbiate visto”. I compagni si misero a ridere. Francesco disse questo non di sua
iniziativa ma ispirato da Dio. E in verità la sua sposa fu la vita religiosa, resa più nobile e ricca e bella dalla povertà” 

Fino a pochi giorni fa non avevo mai intuito la sottile, ma non troppo, opposizione che è insita in questo passaggio della vita di questo giovane uomo, un’opposizione tra la stessa emozione ma con origine e frutti diversi: la gioia. Francesco fino a poco tempo addietro si era nutrito di gloria, di lusso, di popolarità, di relazioni brevi ed intense e in questo aveva trovato soddisfazione, godimento, forse anche sazietà. La sua vita e così il suo cuore erano continuamente sballottati da una festa all’altra, da un piacere all’altro.

Ora dopo l’esperienza di Perugia, dopo il fallimento del sogno, dopo i sogni, questo “cibo” non lo sazia più, gli amici, pur di vederlo contento, rincarano la dose rendendolo “signore” delle feste con tanto di scettro e di corte al seguito. In Francesco, però, qualcosa non va più, la luce di un tempo si è spenta ed anche il fuoco delle feste si è tramutato in cenere. In questa profonda tristezza entra un altro “Signore”, ben più di Francesco, il giovane mercante ne aveva giù udito la voce ed anche sentito parlare: “E’ meglio servire il padrone o il servo?”. Ora questa visita lo spiazza o meglio lo inchioda lì, è tanta la gioia, è tanto la dolcezza che non può muoversi, non riesce a muovere un passo. Una gioia che lo trasforma dentro ma anche fuori, così fortemente che anche gli amici se ne avvedono e iniziano un interrogatorio tra lo stupore e lo sberleffo. Francesco era innamorato di una sposa misteriosa, ci metterà del tempo a capire chi fosse e come amarla, ma ora, d’improvviso, il suo cuore è tramutato.

E’ bastata una furtiva intromissione per far crescere in lui questa nuova sete e fargli intuire che ciò che rende il cuore gioioso non sono le feste ma la festa interiore che si celebra nel profondo dell’umano, una festa che solo colui che ha formato il nostro cuore dall’eternità può creare. Dal quel momento lì Francesco non avrà più pace, peregrinerà alla ricerca di questo “Padrone della Festa” e lo troverà dentro di sé nelle proprie profondità.

E’ l’augurio piccolo ma forte che rivolgo a me e a tutti noi di assaporare questa gioia e una volta assaggiata, inseguirla con lieta fretta, digiunando da tutti quei cibi spirituali che non sono non saziano ma, alla lunga, nuocciono.

Buona Quaresima!

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