Nelle ultime due puntate abbiamo analizzato il significato della bellezza. Oggi ci addentriamo nel culmine dell’impresa di Giuditta che incontra Oloferne.

Premessa

Per capire bene, senza scandalizzarci, la parte finale della storia di Giuditta, occorre dire due cose.

Anzitutto, quando leggiamo testi antichi dobbiamo pensare sempre al contesto storico e culturale di riferimento. Non possiamo leggere un testo di qualsivoglia epoca e provenienza geografica, staccandolo dal proprio contesto, se non vogliamo cadere in osservazioni superficiali e poco attinenti con la realtà.

Dunque nel caso del libro di Giuditta, per prima cosa è necessario che ci liberiamo del nostro punto di vista per provare ad assumere quello degli ebrei assediati da Nabucodònosor. Non tutti gli atti che oggi giudichiamo crimini inaccettabili oltre che peccati, erano ritenuti tali anche in passato.

Fatto questo, dovremmo cercare di leggere la storia di Giuditta traendone un insegnamento valido per la nostra vita.
Dopo questa breve ma necessaria premessa possiamo proseguire la lettura dei capitoli 10-13.

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Giuditta incontra Oloferne

Giuditta esce dalle porte di Betulia e si reca con la sua ancella all’accampamento di Oloferne, accompagnata in lontananza dagli sguardi silenziosi dei suoi concittadini.

Il primo ostacolo per le due donne sono le sentinelle assire. Giuditta deve giustificare il motivo per cui si trova lì e, con quella che potremmo facilmente additare come menzogna, risponde di essere fuggita dagli ebrei di Betulia e di voler rivelare informazioni ad Oloferne sul da farsi. Viene dunque scortata fino alla tenda di quest’ultimo e al suo cospetto pronuncia un lungo discorso, di cui vediamo insieme la parte finale:

«Per questo io, tua serva, […] sono fuggita da loro e Dio mi ha mandato a compiere con te un’impresa che farà stupire tutta la terra, quanti ne sentiranno parlare. La tua serva teme Dio e serve notte e giorno il Dio del cielo. Ora io rimarrò presso di te, mio signore, ma di notte la tua serva uscirà nella valle; io pregherò il mio Dio ed egli mi rivelerà quando essi (gli ebrei) avranno commesso i loro peccati. Allora verrò a riferirti e tu uscirai con tutto l’esercito e nessuno di loro potrà opporti resistenza».

(Gdt 11, 16-18)

L’impresa di Giuditta

Vi è una voluta ambiguità in queste parole. Giuditta si presenta come traditrice del suo popolo, parla dell’impresa di Dio e fa credere ad Oloferne che il Dio d’Israele abbia abbandonato definitivamente gli ebrei per favorire gli assiri. Inoltre, nei capitoli successivi scopriamo che grazie alla propria bellezza Giuditta ottiene la fiducia di Oloferne, che resta tanto abbagliato e turbato nello spirito da cominciare a cercare l’occasione per sedurla.

Così egli organizza un banchetto al quale invita anche Giuditta, ma beve e magia al punto tale da ubriacarsi e cadere in un sonno profondo. A quel punto Giuditta, sostenuta dall’aiuto divino, riceve la forza per decapitare il suo nemico e, presa con sé la testa, fa ritorno a Betulia insieme alla sua ancella.

Le due si erano infatti trattenute per tre giorni al campo dei nemici e durante le notti si erano recate alla valle di Betulia per pregare e implorare Dio di assistere il popolo d’Israele.

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La bellezza di Maria, la bruttezza del Nemico

Quale insegnamento ricavare allora dall’atteggiamento oggi sicuramente discutibile di Giuditta? Ecco, questa domanda che ci poniamo mi porta a ripensare ad una delle interpretazioni che vennero date a questa storia.

Giuditta sarebbe stata la prefigurazione della Vergine Maria mentre Oloferne sarebbe da intendersi come il Maligno, nemico per eccellenza dell’essere umano e di Dio. Dunque l’uccisione di Oloferne da parte di Giuditta rimanda al passo della Genesi in cui Dio maledice il serpente con queste parole:

«Io porrò inimicizia fra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno». (Gn 3, 15)

Se pensiamo al personaggio di Oloferne come all’incarnazione del male, ecco che di colpo la tenacia, il gesto estremo di Giuditta, diventano non solo sensati ma addirittura auspicabili!

Per riflettere…

Non vi appesantisco con ulteriori riflessioni oggi, perché vorrei che ciascuno di noi pensasse a qual è, o quali sono i mali, i peccati, ai quali è giunto il momento di ‘tagliare la testa’. Senza troppi ragionamenti, senza indugiare e senza trovare scuse.

Cosa oscura la mia bellezza?

Cosa mi impedisce – oggi – di vedere sempre e in tutti il volto di Cristo?

O se preferite, cosa nella mia vita non ha il gusto del Paradiso?

Possiamo partire da queste domande, senza però dimenticare le parole di San Pio da Pietrelcina: «Camminate con semplicità nella via del Signore e non tormentate il vostro spirito. Bisogna che odiate i vostri difetti, ma con odio tranquillo e non già fastidioso e inquieto».

In questo tempo di attesa prendiamoci del tempo per farci riguarire dal nostro Maestro buono, che non guarda le 99 volte in cui cadiamo, ma guarda quella sola volta in cui ci lasciamo trovare.

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