I grandi assenti della Liturgia quaresimale: il Gloria e l’Alleluia è un approfondimento del prof. Lanni Cristian su uno dei tempi forti dell’anno liturgico: la Quaresima. Per chi volesse approfondire l’universo della Liturgia, vi consiglio di andare nella nostra rubrica: ABC Liturgico.

Il tempo di Quaresima è tempo di penitenza e digiuno. Tempo di conversione e di morte al peccato per la rinascita ad una nuova vita in Cristo, così come il Battesimo, nel senso del rito ambrosiano. In questo tempo così forte dell’anno liturgico, anche la liturgia “digiuna” per prepararsi all’evento glorioso della risurrezione del Signore. A tal proposito nelle celebrazioni eucaristiche quaresimali sono omessi il canto (o la recita) del Gloria e dell’Alleluia. Proprio l’assenza di questi due inni ci indica l’occasione propizia per riflettere sulla loro storia e storia liturgica.

Il Gloria

Il Gloria è un inno antichissimo e venerabile con il quale la Chiesa, radunata nello Spirito Santo, glorifica e supplica Dio Padre e l’Agnello. Testo dall’autore sconosciuto, il Gloria – condiviso tra le Chiese cattoliche e ortodosse e le comunità ecclesiali luterane e anglicane – racconta i tornanti sorprendenti in cui l’annuncio evangelico, ma ancor prima angelico, ha preso la carne della vicenda umana.

È relativamente noto che del testo latino del Gloria si attribuisca la paternità a Ilario di Poitiers, pieno IV secolo della storia della Chiesa: esso sarebbe però stato prodotto come traduzione di un più antico testo greco, che il Liber Pontificalis attesterebbe essere stato adottato nella liturgia romana di Natale da papa Telesforo, Pontefice sul finire della prima metà del II secolo. La stessa fonte vuole che invece sotto papa Simmaco (498-514) l’inno sia stato adottato anche per le domeniche e per le feste dei martiri, ma solo nelle liturgie pontificali, ovvero presiedute da un Vescovo. Più tardi il “privilegio” del Gloria sarebbe stato esteso a tutti i sacerdoti, anzitutto per la solennità di Pasqua e per il giorno della loro ordinazione, quindi per tutte le altre domeniche. Tutte eccetto quelle di Quaresima, e a partire dal XII secolo si sarebbero eccettuate anche quelle di Avvento, che cominciavano a prendere una connotazione marcatamente penitenziale. Nella riforma liturgica voluta dal Concilio di Trento, il Gloria avrebbe ricevuto attenzione rituale con alcune sottolineature gestuali e di posa: il sacerdote lo intona infatti tenendo le mani estese ad altezza di spalle e giungendole sulla parola “Deo”; per tutto il resto della proclamazione resta in piedi, ma inchina il capo  verso il crocifisso posto sull’altare fra i candelieri sulle parole «adoramus Te», «gratias agimus Tibi», sulle due ricorrenze di «Iesu Christe», sul «suscipe deprecationem nostram» e sull’ultimo verso.

Il Messale riformato non suggerisce più nulla, in merito a postura e gesti, salvo il fatto che si resti in piedi, ma non è infrequente che i sacerdoti compiano almeno i due inchini di riverenza sui due passaggi in cui viene nominato “Gesù Cristo”. Tuttavia, volendo ricostruire il significato profondo di tale inno, possiamo indicare prima di tutto il genere letterario: sembra di potersi attestare che chiunque abbia scritto il Gloria, verosimilmente in greco, abbia inteso anzitutto e soprattutto comporre un ψαλμός ἰδιοτικός [1], cioè un canto religioso per la preghiera personale, un inno sacro. Il primo distico dell’inno ricalca il testo di Lc 2,14 [2]: sembrerebbe però di potersi collocare il primo uso del testo originario  negli uffici del Mattutino e delle Lodi – dunque contesti di preghiera che hanno a che fare con le tenebre, con la luce e con la scomparsa delle prime all’apparire della seconda, come esplicita allegoria cristologica. Circa l’utilizzo di questo inno all’interno della Messa, a partire da tante e tanto disparate premesse, sarebbe temerario pensare di poter tracciare un’unica e onnicomprensiva  teologia del Gloria nella Messa, ma in una pagina di un suo classico Joseph Ratzinger raccoglieva da par suo alcuni degli spunti offerti dall’uso della dossologia maggiore [3] nella Liturgia Eucaristica: «Si era convinti, nei primi secoli del cristianesimo, che tutto dipende dall’essere nel giusto rapporto con Dio, dal conoscere ciò che a Lui piace e come si può a Lui rispondere nel modo giusto. Per questo motivo Israele ha amato la Legge: in base ad essa si sapeva qual è la volontà di Dio; così si sapeva come vivere rettamente e come onorare Dio nel modo giusto: facendo la sua volontà, che mette in ordine il mondo, perché lo apre verso l’alto. E questo costituiva la gioia nuova dei Cristiani, che ora grazie a Cristo sapevano finalmente come Dio deve essere glorificato e come proprio in questo modo il mondo diventa giusto. Che ambedue le cose vadano insieme lo avevano annunciato gli Angeli nella notte santa: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini che egli ama”, così essi avevano detto (Lc 2,14). La gloria di Dio e la pace sulla terra sono inseparabili. Dove Dio viene escluso, si sgretola la pace sulla terra e nessuna ortoprassi senza Dio ci può salvare. Non esiste, infatti, l’agire in modo giusto senza la conoscenza di ciò che è giusto. La volontà senza conoscenza è cieca, e così le azioni, l’ortoprassi, senza la conoscenza sono cieche e conducono nell’abisso» [4].

L’Alleluia

L’Ordinamento generale del Messale Romano tra le acclamazioni pone l’Alleluia o il canto al Vangelo, il Santo, le acclamazioni dopo la consacrazione (la risposta a mistero della fede) e il grande Amen al termine della dossologia; nomina anche l’Amen con cui il popolo risponde alle preghiere del presidente [5]; la risposta Rendiamo grazie a Dio dopo la prima e seconda lettura [6]. Anche le risposte prima e dopo la proclamazione del Vangelo sono chiamate acclamazioni [7]; infine anche la dossologia «Tuo è il regno», che conclude il Padre nostro, viene identificata come acclamazione [8]. Le acclamazioni sono forse l’elemento del rito che celebra nel modo più espressivo il nostro stare davanti a Dio come figli e fratelli, riuniti a formare un solo corpo. Dentro alla celebrazione eucaristica non viviamo allora in modo impersonale la nostra relazione con Dio, come se la liturgia ci chiedesse di lasciare fuori la nostra vita; al contrario portiamo tutto noi stessi, la mente, il corpo, il cuore, con le loro funzioni, caratteristiche e risonanze.

Il termine Alleluia è la traslitterazione dell’ebraico הַלְּלוּיָהּ che significa “lodare” e יָהּ che è l’abbreviazione del tetragramma del nome impronunziabile di Dio. La fonte è il libro dei Salmi, in particolare i salmi detti proprio alleluiatici [9]. Si hanno testimonianze di un uso responsoriale di questa acclamazione nell’ambito della preghiera in sinagoga e particolarmente nel contesto delle celebrazioni pasquali, da parte degli Israeliti. Nel periodo del giudaismo ellenistico risuona anche come acclamazione a sé stante per esprimere la festa [10]. La testimonianza dell’impiego liturgico in ambito cristiano si trova già in Ap 19, 1-17; ma anche in altri inni acclamatori. Nelle liturgie del neotestamentarie il grido dell’Alleluia  riceve da subito una connotazione pasquale: significa la vittoria del Signore. Il senso letterale dell’acclamazione resta senza traduzione, a dire la forza che ha sempre avuto questa forma di lode. L’Alleluia entra nelle liturgie orientali, in particolare quella di Gerusalemme, intorno al IV secolo, nella messa domenicale e anche nelle Esequie e dalle liturgie orientali si estenderà a tutti i riti dell’Occidente. La collocazione non è uniforme, ad esempio nel rito ispanico essa segue e non precede il Vangelo, ma nella liturgia romana sta prima del Vangelo come attestano chiaramente gli Ordines. Il legame tra Alleluia e Vangelo si fa sempre più saldo, e, proprio in riferimento al valore unico dell’εὐαγγέλιον, vive un progressivo arricchimento: melismatico tra il XVIII e XIX secolo, con l’aggiunta di versetti cantati e le sequenze. Nel corso dei secoli gli Alleluia si moltiplicano e si evolvono musicalmente adottando il “tematismo”, le ripetizioni, le imitazioni e altri procedimenti musicali, che danno vita a dei canti veri e propri [11]. L’attuale situazione normativo liturgica prevede che in ogni liturgia della Parola, sia introdotto il Vangelo con il canto alleluiatico. Durante la Messa all’Alleluia è riconosciuta la funzione di introdurre la proclamazione del Vangelo. Non è un commento a qualche lettura precedente, ma nemmeno un semplice “processionale”, è un canto che costituisce un rito a se stante. All’Alleluia tutti devono essere in piedi per accogliere e salutare il Signore presente e vivo nell’annuncio del Vangelo. E’ interessante questo motivo, a cui solitamente non pensiamo, accogliere e salutare il Signore: ecco perché si acclama con gioia La consuetudine di usare l’Evangeliario, al posto del Lezionario, mette ulteriormente in evidenza la nostra fede nella presenza di Cristo. L’erompere dell’Alleluia potrebbe coincidere con l’elevazione dell’Evangeliario, quando viene tolto dal suo luogo, e poi continuare accompagnando la processione che lo porta all’ambone, dove viene proclamato. In tal modo sarebbe chiara la connessione tra ciò che stiamo cantando e perché lo si canta. Il Messale inoltre sottolinea come l’Alleluia sia acclamazione di tutti, il coro liturgico può arricchirlo ed estenderlo ma non sostituirsi ai fedeli; questo anche a sottolineare il valore delle acclamazioni come espressione di un’unica fede, di sentimenti condivisi ed espressi da tutti.

Durante la Quaresima, siamo chiamati a concentrarci sull’attesa del Regno di Dio: il Cielo che si apre per noi con la Passione, Morte e Risurrezione di Cristo. Ecco spiegato il motivo del perché non cantiamo l’Alleluia. In questo periodo infatti dobbiamo avere uno spirito contrito, pentirci dei nostri peccati e fare penitenze in modo che, un giorno, anche noi possiamo adorare e lodare Dio in Cielo, proprio come fanno gli angeli.

Prof. Cristian Lanni

[1] psalmòs idiotikòs.

[2] Ragion per cui lo si sarebbe perifrasticamente indicato come “laus angelorum”.

[3] Così è chiamato il Gloria.

[4] J. Ratzinger, Eucaristia, comunione e solidarietà, in Opera Omnia, XI, 487-488.

[5] cfr. OGMR, nn. 54, 89,146.

[6] cfr. OGMR, nn. 128,130.

[7] cfr. OGMR, nn.60,134.

[8] cfr. OGMR, n. 153.

[9] Sal 113- 118.146-150.

[10] cfr. Tob 13,18.

[11] Cfr. F. Rainoldi, Psalliter sapienter. Note storico-liturgiche e riflessioni pastorali sui canti della Messa e della Liturgia delle Ore, in Ufficio Liturgico Nazionale della Conferenza Episcopale Italiana (cur.), Cantate et psallite. Collana di formazione al canto liturgico, 1, 157-164.

Condividi questa pagina!