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Dopo aver letto e meditato la prima parte del discorso di Giuditta, oggi proseguiamo per la seconda tappa e ci lasciamo indicare da lei il modo giusto per correggerci.

«No, fratelli, non provocate l’ira del Signore, nostro Dio. [15] Se non vorrà aiutarci in questi cinque giorni, egli ha pieno potere di difenderci nei giorni che vuole o anche di farci distruggere dai nostri nemici. [16] E voi non pretendete di ipotecare i piani del Signore, Dio nostro, perché Dio non è come un uomo a cui si possano fare minacce, né un figlio d’uomo su cui si possano esercitare pressioni. [17] Perciò attendiamo fiduciosi la salvezza che viene da lui, supplichiamolo che venga in nostro aiuto e ascolterà il nostro grido, se a lui piacerà.» (Gdt 8, 14-17)

Correggerci per amore

Giuditta si trova nella posizione, un po’ scomoda, di dover correggere degli uomini che stanno sbagliando, e che sono per giunta anche più anziani di lei. Ma in verità non è mai facile correggere qualcuno. È un’arte che bisogna umilmente imparare… Mi viene da paragonarla al make up.

Per far bene il suo lavoro una make up artist deve fare attenzione: deve essere delicata, deve saper scegliere i colori giusti perché il viso di ogni persona è diverso e quello che va bene per me, non va bene per te e viceversa. E lo scopo del trucco qual è? Attraverso la correzione di alcuni “difetti”, si fa di tutto per rendere ancora più bella l’altra persona, che dal canto suo deve docilmente lasciarsi “correggere”. Altrimenti se ci si muove troppo, noi donne lo sappiamo bene, il trucco verrà tutto sbaffato!

Ma torniamo al piano spirituale: le modalità e gli obiettivi dovrebbero essere gli stessi. Infatti la correzione, per essere buona e giusta, prima di tutto deve essere motivata dalla carità e non dalla volontà di imporci sugli altri o di mostrarci più saggi, più bravi di loro. Ciò che deve spingerci a correggere qualcuno è il bene che gli vogliamo. E Giuditta ci fa capire qual è il modo migliore per correggere l’altro, senza ferirlo né offenderlo.

Lei comincia a dire così ai capi: ‘No, fratelli’. Unisce la verità, anche un po’ dura del ‘no’, alla dolcezza del legame fraterno che la correzione non dovrebbe mai compromettere, ma rafforzare! Non solo verità. Non solo dolcezza. Ma verità e dolcezza che si tengono per mano, perché se alla correzione mancasse dolcezza, la verità ferirebbe, e se mancasse verità, la dolcezza sarebbe inconsistente.

Foto di Rakicevic Nenad da Pexels.

Rivolgiamo il pensiero a Gesù… Quante volte nei Vangeli ascoltiamo le sue labbra pronunciare parole verissime, parole toste, parole anche severe. Il Signore non ha mai lasciato nessuno nell’errore, ma ha detto sempre la verità. Ma come ce la dice questa verità? Con tono burbero, giudicante, accusatorio? No, mai. In Lui troviamo sempre un connubio di verità e dolcezza, di giustizia e misericordia.

E noi invece? Somigliamo un po’ al Signore? Siamo umili nel correggere e nel lasciarci correggere?

Per riflettere

Apriamo il cuore e facciamo nostra la preghiera di Giuditta: «Attendiamo fiduciosi la salvezza che viene da lui, supplichiamolo che venga in nostro aiuto e ascolterà il nostro grido, se a lui piacerà». Non stanchiamoci di chiedere aiuto a Dio e di ringraziarLo anche e soprattutto nei momenti di prova, quando le fragilità tornano a galla e ci scopriamo senza forze. Non scoraggiamoci se questi momenti tardano a passare e se il Signore pare non ascoltarci.

Lui sa come e quando agire e ce lo dice anche san Paolo nella prima lettera ai Corinzi: «Dio infatti è degno di fede e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze ma, insieme con la tentazione, vi darà anche il modo di uscirne per poterla sostenere» (1 Cor 10, 13).

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