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Eccoci qui per riprendere il nostro viaggio alla scoperta di Giuditta. La scorsa volta questa donna ci ha insegnato l’arte di correggerci. Oggi ci accostiamo alla terza ed ultima parte del suo discorso per imparare la bellezza dei grazie (Gdt 8, 18-27).

La fiducia dei figli

Giuditta sa che la forza di Israele non sta nell’adorare idoli o divinità fatte «da mani d’uomo», ma sta nell’affidarsi a quell’unico Dio che è venuto per primo a cercarci e per questo non ci trascura mai. Giuditta richiama il popolo a rimanere saldo, a non piegarsi alla schiavitù perché quest’ultima, lei dice, «non ci procurerà alcun favore».

Dovremmo sempre chiederci se ci stiamo comportando da figli o da schiavi. Si può essere schiavi (cioè prigionieri) dei social, di un modo di pensare, del denaro, di una relazione affettiva, della paura, del passato, del futuro, di tante cose, e credo che ciascuno di noi in cuor suo possa individuare bene il nome del «padrone» che qualche volta si ripresenta per tentare le nostre anime, e dal quale forse ci lasciamo anche dominare.

Le parole di Giuditta però ci incoraggiano a combattere usando un’unica arma: la fede. Solo se pensiamo e crediamo che Dio si prende sempre cura di noi, allora eviteremo di cedere e di venderci ai «padroni» che incontriamo nella nostra vita.

La storia di Giuditta è la prova che vale la pena allenarci a trascorrere le giornate in compagnia della giaculatoria: “Gesù, mi fido di Te”, o di qualunque altra espressione ci faccia sentire figli. Così, piano piano, questa preghiera diventerà in noi una certezza di fondo, un punto fermo, un abbraccio d’amore, che nessuno potrà mai mettere in discussione o farci dimenticare.

Pregare con un grazie

«Per tutti questi motivi ringraziamo il Signore, nostro Dio, che ci mette alla prova, come ha già fatto con i nostri padri. Ricordatevi quanto ha fatto con Abramo, quali prove ha fatto passare a Isacco e quanto è avvenuto a Giacobbe in Mesopotamia di Siria, quando pascolava le greggi di Làbano, suo zio materno. Certo, come ha passato al crogiuolo costoro con il solo scopo di saggiare il loro cuore, così ora non vuol fare vendetta di noi, ma è a scopo di correzione che il Signore castiga quelli che gli stanno vicino». (Gdt 8, 25-27).

La cosa che più salta agli occhi è l’invito di Giuditta a compiere una preghiera di ringraziamento al Signore, quando si è in mezzo alla prova. In genere la prima reazione che abbiamo quando qualcosa non va secondo i nostri piani è la lamentela. “Ma tu guarda se proprio a me doveva capitare questa sfortuna”, “Questo è veramente troppo”, e frasi simili: quante volte ci è capitato di pronunciarle o ascoltarle?

Acuta la definizione di lamentela che ha dato don Fabio Rosini e che ho ascoltato qualche tempo fa in uno dei suoi video caricati su youtube. Lui dice che la lamentela equivale a un “dare lode al diavolo”, il quale chiaramente gode della nostra sfiducia nei confronti di Dio e non aspetta altro perché sa che proprio quando viene meno la nostra fede, diventiamo più attaccabili, più vulnerabili.

E dunque qual è l’arma contro la lamentela? Il dire grazie. Giuditta ci dà questa risposta, invitandoci a ringraziare più spesso il Padre soprattutto per le prove, le croci, che poi non sono altro che opportunità per aumentare la nostra fiducia in Lui. Infatti qualunque croce il Signore permetta che noi portiamo nella nostra vita, custodisce in sé la possibilità di un “più frutto” (Gv 15, 2).

Il Crocifisso in fondo ci ricorda proprio questo: “Non sprecate le vostre croci!”. Proprio in quelle prove che detestiamo, che ci pesano, è nascosto il seme silenzioso di una carità autentica che attende di fiorire.

Gli amici in Cielo

Da non sottovalutare poi sono i nostri Santi in Cielo! Giuditta illumina un aspetto fondamentale della fede: non siamo da soli, abbiamo dei compagni di viaggio. Alcuni camminano e faticano con noi; altri ci hanno preceduto e ci aspettano alla mèta, e intanto fanno il tifo per noi sin da ora in Cielo e ci sostengono con la forza della preghiera.

Nella prova è dunque importantissimo appellarci non solo ai nostri fratelli in terra, ma anche a quelli in Paradiso. Questi ultimi con le loro storie semplici, impastate di ordinarietà, ci riempiono di speranza. E se loro hanno gioito, sorriso, patito, sofferto, in comunione con Dio, anche noi possiamo farcela. Questa è la strada della Santità. Questa medesima strada ciascuno secondo i propri talenti e la propria unicità è chiamato a percorrere fino in fondo.

Foto di Rakicevic Nenad da Pexels.

Per riflettere…

Spesso la nostra preghiera è fatta di grazie che chiediamo a Dio sperando che ci ascolti e le realizzi. Da oggi però prendiamoci del tempo solo per ringraziare il Signore con semplicità. Pensiamo magari a quel qualcuno, a quella situazione, quella croce, … che ha fatto o fa ancora parte della nostra vita ma per cui non Gli abbiamo ancora detto nemmeno un ‘grazie’.

Non c’è niente, nel bene e nel male, che sfugga allo sguardo di Dio. Perciò, per noi cristiani, ogni situazione diventa occasione per benedire Dio.

D’altronde ce lo insegna anche Giobbe: «Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore» (Gb 1, 21).


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