Il tempo escatologico dell’Avvento: la rivelazione del volto di Dio è la quarta tappa di questo cammino di questo tempo di Avvento tra Rito romano e Rito ambrosiano e si vuole soffermarsi sulla meditazione di uno dei più bei testi evangelici: il Prologo giovanneo. Altri articoli su questo tema e su questo tempo escatologico che è l’Avvento sono presenti nella nostra rubrica ABC Liturgico.

Parrocchia S. Lorenzo Martire, Varigotti, Dioc. Savona-Noli

Se di Dante tutti affermano l’essere il Sommo Poeta della letteratura, di Giovanni potremmo dire essere il Sommo Poeta dell’Evangelo, quello che più di ogni altro sa esprimere la meraviglia dell’opera di Dio in versetti che sembrano versi d’una poesia.

Alle soglie del giorno in cui la Chiesa celebra nella solennità la prima venuta al mondo del Figlio dell’Uomo, soffermiamoci sulla meditazione del Prologo del Vangelo di Giovanni, offerto in lettura e contemplazione nella Messa della notte del Rito ambrosiano e nella Messa del giorno del Rito romano.

Un’introduzione

Come le onde del mare si infrangono sul litorale, ora avanti ora indietro, ora rincorrendosi, ora morendo sulla sabbia dorata, così i versi della perla della letteratura neotestamentaria presenta, in una sintesi magistrale, tutto quanto in contenuto verrà detto all’interno del quarto Vangelo. Non è un’introduzione stancamente apposta come incipit di un’ opera maggiore, oppure un cappello messo per introdurre una tematica più o meno interessante, ma come un commentatore, Brown, afferma «Si tratta di un inno cristiano primitivo proveniente da ambienti giovannei che è stato adattato per servire da introduzione al racconto evangelico della vita della Parola incarnata». Si vede un intrecciarsi continuo dei vocaboli, un gioco ricorrente di onde tematiche. La stilistica, semitica è spesso caratterizzata da questo movimento a ondate. Con queste prime battute il Prologo è già delineato.

In principio era in Verbo.

«Ἐν ἀρχῇ» [30] le prime parole del Prologo, richiamano la prima parola della Genesi, la primissima della Bibbia, quel principio in cui era solo Dio, il Creatore dell’Universo. בראשית ovvero «in principio». Sin da subito Giovanni rivela una grande cristofania: Cristo entra in uno scenario cosmico. Ma si continua cullati dalle onde dei riferimenti genesiaci; «Ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λόγος» [31], in principio era la Parola: richiama al Dio creatore che dice, nella platea del nulla, creando con la forza del suo Verbo. Indubbiamente Giovanni aveva alle spalle il retaggio dell’Antico Testamento, ma come giustamente nota il Cardinale Gianfranco Ravasi, con ogni probabilità era influenzato anche da un retaggio culturale mediorientale latente. Qualche studioso, per esempio, per commentare questo passo è risalito nei secoli fino ad approdare nientemeno che alla teologia egiziana di Memphis. Gli archeologi hanno scoperto una famosa stele di un faraone vissuto verso la fine dell’VIII secolo: Shabaka. Questa stele contiene una importante invocazione, che è la citazione di una preghiera che risale alla prima dinastia egiziana. Siamo attorno al XXIX secolo a. C., nel 2850. Questa invocazione, citata duemila anni dopo dalla cultura egiziana, presenta il Dio di Memphis, Dio creatore, Phtah, mentre sta creando. Vi si legge: «Tutte le cose che sono state create hanno nel loro interno il cuore e la parola di Phtah» cioè la parola di Phtah diventa la realtà creata, tanto la parola divina è efficace. A Babilonia Marduk parlava e nel cielo apparivano le costellazioni dello zodiaco. Si tratta quindi di una teologia molto antica. Tuttavia, come lo stesso Cardinale ritiene, sembra più corretto affermare che il retaggio dell’Evangelista possa ricondursi alle meravigliose pagine bibliche che trattano il tema della Parola di Dio come parola fattuale, viva e continuamente vivificante che ha dato origine all’universo con una potenza tale da arrivare ad incarnarsi, per amore. In Cristo, c’è parola e azione, progetto e la sua realizzazione. Il Prologo continua affermando che tutto fu fatto per mezzo di lui e nulla esiste senza di lui; in greco troviamo una frase lapidaria: «χωϱὶς αὐτοῦ ἐγένετο οὐδὲ ἕν» [32], fuori di lui, il silenzio. L’essere è tutto sospeso a questa azione di Dio. medesimo tema ripetuto, ancora, al versetto decimo.

Gesù Bambino, particolare del precedente.

Il Lògos è luce, il Lògos è vita.

Procedendo nella lettura del carme giovanneo si scoprono altre due attribuzioni fatte alla Parola di Dio, dall’Evangelista: «ἐν αὐτῷ ζωὴ ἦν, καὶ ἡ ζωὴ ἦν τὸ φῶς τῶν ἀνθρώπων» [33];  Dio in Cristo manifesta la sua luce e la sua vita. Qui abbiamo un tema che percorre tutto il carme e lo riempie di luce; ancora una volta il richiamo alla creazione. Secondo la Genesi, la prima cosa creata è stata la luce; ora la luce riappare in una maniera assolutamente nuova, perché è connessa ad un’altra realtà, la vita. La luce è immagine e simbolo di Dio, infatti la luce è esterna a noi e penetra dentro di noi: Dio è insieme lontano e vicino. Dio è distante, io non afferro la luce; è una sorgente al di fuori di me, eppure la luce mi pervade, mi avvolge senza che io me ne accorga e mi rende visibile agli altri. La luce mi scalda e mi illumina. Ecco allora la luce diventare la rappresentazione solenne e grandiosa del Lògos, che è come Dio, fonte di vita. Immediatamente però il testo presenta una forma antitetica: la luce richiama in modo dialettico le tenebre, la σκοτίᾳ [34], proprio questo termine richiama una tematiche che accompagnerà come un filo rosso tutto il quarto Vangelo: la battaglia tra le tenebre e la Luce; un celebre dualismo: Luce e tenebre si sfidano a battaglia sull’orizzonte di questo mondo, si scontrano ininterrottamente. E le tenebre non accolgono questa Luce, anzi per meglio dire come nel greco, non la comprendono. Letteralmente «ἡ σκοτία αὐτὸ οὐ κατέλαβεν» [35], laddove il verbo κατέλαβεν può assumere un triplice significato: accogliere, vincere, capire. Il Cardinale Ravasi [36] suggerisce una meravigliosa interpretazione. C’è un testo molto bello della letteratura giudeo-cristiana: Le odi di Salomone, che probabilmente allude a una festa notturna che si celebrava dai giudeo-cristiani nel I secolo della Chiesa. Durante la notte i cristiani uscivano dalla città e si inoltravano fino ad immergersi in una folta foresta, cantando inni che si ispiravano al tema della morte e della passione. Una sentinella aveva l’incarico di impedire che ci si addormentasse. La notte infatti era lunga e alcuni cedevano alla stanchezza e si addormentavano. La sentinella vigilava attenta e quando si accorgeva che incominciava a rendersi percettibile il chiarore dell’aurora, la prima luce del mattino, accendeva una torcia e gridava: «Che la luce non sia mai vinta!» «Che la luce non sia mai schiacciata!» e usava proprio il verboκατέλαβεν. Era quindi un invito alla speranza e alla gioia. Come accompagnato da una marcia trionfale, il Cristo entra in scena: egli è la Parola, la Sapienza, la Luce, la Vita. Attorno ci sono le tenebre, ma egli si erge con lo splendore della luce che non può essere schiacciata.

Particolare della Creazione di Adamo di Michelangelo, Cappella Sistina

Il potere di diventare Figli di Dio.

La terza strofa del Prologo affascina per la meraviglia del messaggio che reca in se: « ὅσοι δὲ ἔλαβον αὐτόν, ἔδωκεν αὐτοῖς ἐξουσίαν τέκνα θεοῦ γενέσται» [37]; qui si risalta la reazione positiva. Ma chi accoglie positivamente il Verbo incarnato? Giovanni ci dice «τοῖς πιστεύουσιν εἰς τὸ ὄνομα αὐτοῦ», ovvero quelli che credono nel suo nome. Nel mondo ebraico il nome è la persona; il nome lo si rivela soltanto alla persona amata; non lo si rivela agli altri. Dio ha taciuto il suo nome: Io sono colui che sono. I cristiani sono coloro ai quali è stato rivelato il nome di Dio, e perciò essi credono nel nome di Lui, credono con una fede dinamica che va verso una Persona. Il credente non soltanto accoglie il Cristo, ma entra in Lui, abita in Lui, vive completamente immerso in Cristo. E così, se il credente è all’interno del Cristo, non è più un estraneo. A ragione di ciò, dunque, l’Evangelista identifica i credenti quali «τέκνα θεοῦ» e cioè figli di Dio. Una filiazione, per così, dire adottiva indicata dal termine τέκνα, specifico greco; filiazione distinta da quella divina del Figlio unigenito, generato della medesima sostanza. Eppure queste due filiazioni, adottiva e divina, si intrecciano fino all’apice: l’Incarnazione del Verbo di Dio. «Καὶ ὁ λόγος σὰρξ ἐγένετο» [38]; la Carne nel linguaggio di Giovanni, come ben sappiamo, è la realtà fragile dell’uomo, è l’umanità così come si rivela nel quotidiano. Il Lò gos che era apparso in tutto il suo splendore e potenza all’inizio dei tempi e del cosmo, si immerge paradossalmente nell’abisso della nostra miseria. Questo è il mistero a cui l’Avvento ci prepara nell’attesa.

Conclusione

Il Prologo sembra essere la sintesi magistrale di quanto fin qui affrontato, parlando della suddivisione che l’anno liturgico prevede nei due Riti, ambrosiano e romano, poi guardando a Maria, Immacolata concezione e Arca escatologica della nuova alleanza che porta nel mondo il Figlio dell’Uomo ed in fine al Precursore, il testimone della Luce.

Alla fine, però, l’attesa escatologica deve poterci portare faccia a faccia con Dio; a vedere il suo volto che il Figlio ha rivelato al mondo. L’Avvento prepara all’incontro di un Volto e per questo è tempo escatologico.

Giovanni ce lo dice «θεὸν οὐδεὶς ἑώρακεν πώποτε· μονογενὴς θεὸς ὁ ὢν εἰς τὸν κόλπον τοῦ πατρὸς ἐκεῖνος ἐξηγήσατο»; Dio non è più soltanto una parola, è diventato un volto, Cristo è la Parola divina dal volto umano.

L’Avvento dice questo: Dio esce dalla nube oscura ed accecante della sua gloria impenetrabile e si fa incontrare nell’uomo di Nazareth, il Figlio eterno che nella sua esistenza terrena ci ha narrato tutto del Padre, sul cui volto si è specchiato il volto di Dio, per sempre.

Prof. Cristian Lanni

[30] «In principio»

[31] Gv. 1,1.

[32] Gv. 1, 3. Letteralmente «fuori di lui: nulla».

[33] Gv. 1,4. «In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini».

[34] Le tebebre.

[35] Gv. 1,5.

[36] cfr. G.F. Ravasi, Vangelo di Giovanni. Ciclo di conferenze tenute al Centro culturale S. Fedele di Milano ; Bologna (1991).

[37] Gv. 1,12. «A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio».

[38] Gv. 1,14. «E il Verbo si fece carne».

[39] Gv. 1,18. «Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato».

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