La lode dei giusti è una meditazione sul salmo 32 del Salterio.

Eterno Presente della gioia in Ps. 32

Testo del salmo in https://www.bibbiaedu.it/CEI2008/at/Sal/33/

Nel vortice del turbine

Foto di Thomas Ulrich da Pixabay

Il salmo, già nella sua primissima parola, si configura quale inno di gioia al Signore, una lode. Così, infatti, inizia: Ἀγαλλιᾶσθε, δίκαιοι, ἐν τῷ κυρίῳ (agalliàsthe, dìkaioi en tò kyrìo), letteralmente, “Esultate, giusti, nel Signore”. Cercando di comprendere più nel profondo quale sia il tipo di gioia indicataci dal Signore, ci si potrebbe addentrare nel significato del verbo ἀγαλλιάω (agalliào). Nonostante sia dubbia l’etimologia del termine, sin dai primi usi, il verbo esprime un sentimento di piena soddisfazione che, come nel vortice di un turbine, porta via ogni altra affezione e manifesta la sua tenera prepotenza, impadronendosi completamente del nostro essere.

Lo splendore dell’esultanza

Quando può, però, l’uomo provare questa sensazione di ‘giubilo’? Il salmista canta ἐν τῷ κυρίῳ (en to kyrìo), “nel Signore”. Ma allora, cosa vuol dire ‘esultare nel Signore’? Per comprenderlo guardiamo ad altri esempi di ‘giubilo’ presenti nei Vangeli. In Lc. 1, 44, Elisabetta, al cospetto della Cugina, dice: “non appena la voce del tuo saluto giunse al mio orecchio, sussultò nell’esultanza il bambino nel mio grembo”. Ancora, in Gv. 5, 35, Gesù, parlando della testimonianza di Giovanni il Battista, dice: “Lui era lampada che ardeva e splendeva, ma voi avete voluto esultare della sua luce per un momento”.

Nella percezione di un abbraccio

Foto di Vinson Tan ( 楊 祖 武 ) da Pixabay

I due passi presi ad esempio per descrivere la profondità del sentimento di esultanza, hanno un pilastro in comune, sottaciuto nella Parola ma evidente nel sentimento del cuore: per esultare abbiamo bisogno di riconoscere il Signore. Così come Giovanni, nel grembo della madre, ha riconosciuto la voce della Madre del Signore, e così come i discepoli hanno voluto godere del giubilo (anche se imperfetto e fugace) nel momento in cui hanno riconosciuto la prefigurazione di Gesù attraverso la voce di Giovanni, così anche il nostro cuore vuole esultare quando riconosce il Signore. Il movimento del riconoscimento, non è soltanto cerebrale, mentale, intellettuale, ma si profila quale percezione interiore totalizzante, quale caldo immergersi nell’abbraccio paterno, fraterno, amicale: in un abbraccio d’amore.

La retta via

Foto di bertvthul da Pixabay

Il salmista conclude il primo versetto con l’espressione τοῖς εὐθέσι πρέπει αἴνεσις (tois euthési prépei aìnesis), che significa “ai retti si addice la lode”. Ma chi sono, propriamente, “i retti”? L’aggettivo greco εὐθύς, che qui sostanzia il termine, ha un doppio significato: nel primo caso, considerato all’interno di coordinate spaziali, l’aggettivo significa propriamente “diritto”, mentre, da un punto di vista temporale, viene per lo più utilizzato con valore avverbiale nel significato di “subito”. I due significati nella Sacra Scrittura si intrecciano e si fondono nell’espressione di un unico concetto: infatti, chi cammina in Cristo, la “retta via” che ci riconduce al Padre, riconosce il Padre e in un ‘subitaneo’ slancio della volontà, riporta il suo cuore all’eternità. Perché “subito” è l’avverbio del linguaggio umano che più ci avvicina all’eterno presente in cui, sempre, vive Dio.

Altre meditazioni sui salmi sono presenti all’interno di una rubrica dal nome: “L’incanto dei salmi“, presente nel nostro blog.

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