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Potremmo dire, senza sbagliarci, che all’inizio dei suoi viaggi nel mediterraneo Paolo non pensava affatto di diventare il famoso Apostolo scrittore che noi conosciamo, l’autore delle 13 lettere che nel NT sono attribuite alla sua penna, o per lo meno alla sua testa. Ciò che fa dell’Apostolo uno scrittore è semplicemente… un’occasione.

Foto di Maria Tyutina da Pexels.

Pochi mesi dopo aver evangelizzato Tessalonica ed essere arrivato a Corinto (siamo nel 50-51 d.C.), Paolo riceve da Timoteo, suo messaggero, notizie rassicuranti sulla fede dei cari tessalonicesi, ma anche una domanda che circolava nella giovane Chiesa di quella città. Potremmo riassumerla così: se, come ci ha detto Paolo, Gesù ritornerà a breve, che fine faranno al suo ritorno quelli che sono morti? Poveretti… sono forse svantaggiati rispetto a chi sarà in vita? Paolo prende pergamena e calamaio, non vuole che i suoi amici vivano come gli altri che non hanno speranza. Insieme a parole affettuose sul suo rapporto con i suoi primi destinatari, scrive: noi che siamo vivi, non avremo alcun vantaggio su quelli che sono morti; Gesù, al suo ritorno nella gloria, prenderà tutti con sé, morti e vivi, e così “saremo sempre con il Signore” (1Ts 4,17). Nasce così, da questa occasione, lo scritto più antico dell’era cristiana.

(Link al precedente articolo https://www.legraindeble.it/il-viaggio-del-vangelo/).

Don Fabio

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