Mulan (https://it.wikipedia.org/wiki/Mulan_(film_2020)) è un film del 2020 diretto da Niki Caro. La pellicola è il remake in dell’omonimo film basato sulla leggenda cinese di Hua Mulan. Qui troveremo una meditazione “teologica” su questa riedizione cinematografica, elaborata da un nostro confratello.

La storia di Mulan

Il punto non è tanto se Liu Yifei, Hua Mulan nella riedizione in live action del film animato del 1998,
combatta giuste o ingiuste battaglie ideologiche nel mondo e si schieri dalla parte dei poliziotti cattivi. In
Cina e in America, poli opposti del potere e delle libertà civili, i poliziotti non fanno ormai più la differenza,
sono solo uno zoccolo duro, una necessità direi naturale che, tuttavia, non risolve più alcun problema. Anzi.
Noi qui guardiamo alla storia della leggendaria eroina di cui Liu Yifei veste i panni, Hua Mulan, figura
evocativa di un antico poema cavalleresco dell’alto medioevo cinese. Guardiamo a lei per non boicottare
l’occasione di ascoltare una bella storia, rintracciandovi, con cristiana prudenza, i semi della vita nuova che
la provvidenza getta sempre nell’ immaginazione dell’uomo, quali che siano i suoi orizzonti religiosi o
culturali. 

Per Mulan: un copione già scritto o un posto da trovare?


Mulan era la figlia maggiore di una pia famiglia cinese che viveva in un piccolo villaggio, i cui equilibri si
reggevano sui fondamenti della religione e del costume tradizionale: la guerra agli uomini, la casa alle
donne. 
Il padre, devoto ai lari tradizionali e al sangue del suo sangue, guardava con amore e orgoglio questa figlia,
vedendo il valore e la rara forza del suo “qi”, lo spirito dei guerrieri. Ma era tempo per Mulan di compiere il
suo destino di donna e portare, così, onore alla famiglia. Sciabola nel fodero, si va a scuola di bon-ton.

Ma accade l’inaspettato: proprio durante la verifica da parte della okaa-san, la maestra delle geishe, un
ragno si cala sul volto della sorella aracnofoba. Mulan decide di atterrare il ragno sotto la teiera, che invece
doveva restare al centro della tavola. Disobbedisce per amore della sorella più piccola. Mulan è questa: una
che nel corsetto stretto e sotto il trucco non si riconosce. 

Una cananea può sperare di essere una donna “amata”?


Non si fa in tempo a incassare l’umiliazione di questo fallimento, che una crisi irrompe: la città imperiale è
minacciata dal diabolico Bori Khan, dell’etnia rouran. I maschi di tutte le famiglie sono chiamati alle armi
per difendere il Figlio del cielo. Hua Zhou ha solo due figlie, deve essere lui stesso, malato e anziano, a dare
la vita. Mulan teme per il padre: gli dice che se fosse un maschio, questo sacrificio si sarebbe potuto
evitare. Ma il vecchio replica con poche parole piene di sapienza: Non cambierei nulla della mia vita. 
Mulan disobbedisce per la seconda volta: di notte, sottrae sciabola e armatura e parte per
l’addestramento. Leale, impavida, ma insincera. L’unica strada che ritiene di percorrere è quella della
menzogna, mentire finché può, per adempiere la sua giustizia. 
A combattere per il nemico, un’altra donna, rigettata dalla società per gli stessi talenti di Mulan, nota con
l’ingiuria di Strega. Esiliata e chiusa nella frustrazione della sua identità “di genere”, impaurita dal fantoccio
del machismo, si accontenta di servire il malefico Bori. 
Registriamo le parole del suo aguzzino ricattatore in un triste oscuro dialogo: Quando ti ho trovata eri sola,
un cane da schernire; quando siederò sul trono quel cane avrà una casa. Cane prima, cane dopo. Una
cananea che non può sperare di essere figlia amata. 

Colui che le sta davanti


Intanto comincia l’addestramento. C’è un guerriero che si confronta con Hua Jun (lo pseudonimo da
maschio che Mulan si è scelta): è Chen. Sembra di sentire il Creatore: Voglio fargli un aiuto che gli
corrisponda. 
E Chen è proprio colui che “le sta dinanzi”, come sarebbe meglio intendere la reciprocità di Genesi. Quella
dell’uomo e della donna, l’uno dinanzi all’altra. In una scena del film, i due giungono ad affrontarsi in una
sorta di duello che assomiglia più a una danza. Ed è in quel preciso istante che il “qi” di Mulan fiorisce in
tutta la sua bellezza, in tutta la sua verità e potenzialità. Quello che si indovina nei volti di questi duellanti
non è un’ostilità mortifera, ma quasi lo scoprimento della loro identità profonda, la sorpresa che l’altro
esiste e mi interpella. 

L’odore della menzogna

In questo addestramento sono ribadite costantemente alcune condizioni che hanno piuttosto il sapore del
condizionamento culturale. Ma ciò che più reca disonore al guerriero resta la menzogna, punibile non con
la morte ma, peggio, con l’espulsione dall’esercito, una sorta di dannazione in vita. Ecco che infatti, prima
Chen poi anche gli altri commilitoni, si accorgono che Hua Jun-Mulan puzza, non si lava da giorni. Un odore
che le sue idee non avevano permesso neanche a lei di notare.

Lasciamo qui Mulan tra l’odore delle sue mezze verità e la ricerca della sua identità, a mercoledì prossimo.

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