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Inno all’Amore

La pagina del Vangelo della Resurrezione, che quest’oggi condividiamo, può essere definito come un inno all’Amore che, riprendendo le parole di Don Fabio Rosini, “è il contrario della paura”. Questa Parola tratta dal Vangelo secondo Giovanni (20, 1-10) ci pone di fronte al compimento di una Promessa d’Amore. Essa è madre di tutte le scelte coraggiose dell’uomo di ogni tempo e origine, di ogni slancio che proietta donne e uomini di buona volontà nel mondo, al di là della paura. La paura di essere troppo o troppo poco, di essere sbagliati o inadeguati. O anche la paura di fare un passo in avanti perché spaventati dalla possibilità di poter perdere l’equilibrio e di cadere ma anche la paura di arrivare troppo in alto o di restare troppo in basso. La paura di non meritare la vita.

Sino alla fine

Il contrario della paura appunto, è l’amore ed è solo amando che si comprende quanto essa sia una comoda trappola per la sete di infinito che, naturalmente, abita il Cuore dell’uomo che si affida. Il pezzo di storia che stiamo attraversando è uno squarcio buio che ha necessariamente bisogno di essere illuminato. Durante la Settimana Santa appena trascorsa, è stato spontaneo riflettere su come, anche gli amici di Gesù si sentissero smarriti dopo averlo visto morire. Delusi e tristemente fuorviati dall’immagine di una croce che tutto sembrava, tranne il simbolo del “Sì” alla Salvezza. Avevano paura perché non avevano ancora capito quanto il Signore Gesù li amava, “sino alla fine”, ἕως τέλους (Gv. 13,1).

La “sorpresa” della Resurrezione

Infatti, vi era un Amore sconfinato in seno a quell’accadimento, tant’è che la “sorpresa” della Resurrezione ha ribaltato la loro e la nostra concezione della vita tessuta fino a quel momento. Ed è proprio questo che fa Cristo lungo il cammino della Vita di ciascuno di noi: ribalta, confonde, trasforma, nutre e ne proclama la grandezza. Redime, innalza, rendendo tale strada dono fruttuoso e percorso di rivoluzione per i passi del prossimo, a partire da uno sterile cumulo di ciottoli disordinati. Cos’è, infatti, la Resurrezione se non la mirabile meta di un cammino?

“Una volta che si comincia a camminare con Dio si continua semplicemente a camminare e la vita diventa un’unica, lunga passeggiata”, diceva Hetty Hillsum ma era ancora buio quando Maria di Màgdala raggiunse il sepolcro: “Si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio” (Gv. 20,1). E cos’è la notte se non il sentirsi smarriti, senza speranza che vi sia una via d’uscita? Eppure da lì a poche ore, il buio si trasformerà in luce. Infatti, è con il verbo “vedere” che Maria, prende coscienza e pone l’attenzione, “prendendosi cura”, di ciò che era successo. “La pietra era stata tolta dal sepolcro” (Gv. 20,1). Ci si soffermò, non passò oltre ma decise di restare davanti a quella pietra fuori posto. Perché anche l’esperienza drammatica dell’oscurità è un luogo, non da fuggire ma da abitare e Maria di Màgdala sceglie di stare. Poi “corse”, “andò” a chiamare Pietro e “l’altro discepolo”, questo ad evidenziare lo stupore e l’entusiasmo che quella scoperta misteriosa le aveva seminato nel cuore e nelle gambe.

Come Pietro e Giovanni

Pietro e all’altro discepolo, “correvano insieme tutti e due” (Gv. 20, 4) come a due a due Gesù manderà i Suoi ad annunciare la bellezza del suo messaggio universale. L’altro discepolo, l’amato da Gesù, giunge per primo: “corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro” (Gv. 20,4). Questo perché l’Amore arriva sempre prima. Giunto lì Pietro “Si chinò ma non entrò” (Gv. 20, 5). Probabilmente, la paura di essere schiacciato da un passo inaspettato, lo aveva bloccato sulla soglia del sepolcro.L’altro discepolo invece, “vide e credette” (Gv. 20,8), senza ancora comprendere. Si affidò senza farsi domande, perché sicuro di poter essere testimone inconsapevole della Gioia.

Dal vagare al camminare

Ogni parola di questo Vangelo è un passo dopo l’altro che conduce dal semplice vagare senza metaal più profondo camminare, verso una meta che, in realtà, diventa da sé punto di ripartenza per la missione universale di ogni cristiano. E ciascuno di noi è chiamato ad essere testimone di quella Promessa, di quel sudario <<non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte>> (Gv. 20,7). Ossia, diverso e lontano dalla tradizionale concezione della Vita.

Cristo, il Risorto, ha impresso le sue tracce sul lino vuoto della nostra vuota esistenza. Ci ha chiamati ad essere testimoni di quella pietra fuori posto rispetto al perimetro del sepolcro umano ma al posto giusto per l’infinita geometria di un Padre misericordioso fino alla fine – e oltre. 

Buon cammino, buon vento a favore per ogni nostra orma di rinnovamento, dalla Pasqua in poi.

Francesca e Maria Giulia

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