Vi sono due immagini del Vangelo di oggi che non mi lasciano tranquillo in questo pomeriggio domenicale: reti vuote e mani tese. Due immagini di fallimento, di povertà, di mancanza. 

Poi – a pensarci bene – tutto così era iniziato da un “vuoto a rendere”, da una notte di vana fatica, da dei ripetuti e frustranti – è proprio il caso di dirlo – buchi nell’acqua. Al mattino un uomo si avvicinava e chiedeva di uscire dalla propria logica per approdare all’interno di un’altra, sarà la prima volta ma non l’ultima. Una rete vuota che diventa piena, un vita piena che si svuota per essere riempita. 

Ne è passato di tempo da quella mattina assolata, il mestiere non è mutato. Hanno avuto la vita stravolta da quell’uomo che poi non era solo un uomo e continuano a fare il lavoro di sempre “pescare”. Ne era passata di acqua sotto i ponti ma il risultato paradossalmente non era mutato: reti vuote, notte vana, fatica pressoché sprecata. 

Ma ancora sul far del giorno, un uomo che torna a ripetere “gettate le reti”, qualcuno che indica e grida, altri che si fidano e il risultato, di nuovo come la prima volta, è esorbitante: 153 grossi pesci, reti quasi rotte per il peso, barca portata a riva con estremo sudore. 

E noi – spesso – a maledire i fallimenti, le mancanze, le povertà, i tentativi non giunti a compimento, le lasciate, le perse e invece lì, come in quelle due notti, quell’uomo, che solo un uomo non è, si rende presente e chiede di uscire da sé per entrare in un’altra mentalità. Non a caso il termine metanoia – termine greco che indica la conversione – significa proprio “cambio di mentalità”. 

E poi sul finale le mani tese di un vecchio, di un uomo dipendente dagli altri, un’immagine certamente non comune per definire un uomo felice, grato e pieno. Un uomo che si lascia vestire, si lascia guidare. Un uomo che nella sua vita – nonostante l’irruenza e l’impulsività – ha compreso che l’unico modo per vivere è lasciarci raggiungere dall’amore. 

Lo ha vissuto più volte, non senza fatica, come quell’ultima straziante volta dove i suoi verbi non si accordavo con quelli del Maestro Risorto. Lui domandava: «Mi ami?» ed io sapevo bene – fin troppo bene – di non poter dire di sì senza un po’ provare vergogna. Lo avevo rinnegato, tradito, abbandonato. Conoscevo il mio cuore fragile e pavido, potevo solo balbettare qualcosa di simile all’amore «Ti voglio bene, Gesù», timidamente ma senza pretese. Niente più bugie ma mani tese per indicare la mia di povertà ed anche lì in quel giorno mentre mi attendevo rabbia, grida ed esortazione giunge inaspettata un’altra domanda: «Mi vuoi bene, Pietro?». Sì, Gesù, te l’ho detto e tu conosci già il mio cuore te ne voglio. Gli è bastato, pure questa volta, è stato sufficiente e di nuovo ha suggellato facendo ripartire la mia di storia, la nostra di storia. Ha ripetuto «Seguimi!». Assurdo per gli uomini ma non per un Dio fattosi carne. 

Ed io, povero pescatore, che credevo di poter raggiungere Dio, di mostrare muscoli e tenacia per garantirmi la sua amicizia e meritarmi il suo affetto. Non avevo compreso che è Lui ad abbassarsi, non io ad alzarmi. Da quel giorno lì benedette – non più maledette – le reti vuote, le mani tese perché lì, solo lì, la povertà può divenire feconda. 

Link alla rubrica Lievito nella Pasta: https://www.legraindeble.it/categorie/lievito-nella-pasta/

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