La lirica di Esenin





32. A Kljuev

Oggi il mio amore non è più lo stesso.
Ah, lo so, che tu soffri, soffri
perché la ramazza della luna
non ha rovesciato pozzanghere di versi.

Sei triste e ti rallegri della stella,
che ti cade sulle sopracciglia,
tu hai cantato il cuore all’izba,
ma non hai costruito una casa nel cuore.

E quello che tu aspettavi nella notte
se ne è andato, come prima, dal tetto.
O amico, per chi hai indorato
le tue chiavi con parole di canto?

Non ti è dato cantare il sole,
né vedere dalla finestrina il paradiso.
Come un mulino che, agitando le ali,
dalla terra non riesce a staccarsi.

Kljuev e Esenin

La poesia 32 di Esenin, alla cui poetica e vita abbiamo accennato nell’articolo precedente, è indirizzata a Nikolaj Alekseevič Kljuev (1887-1937), figlio di contadini e poeta. Fu molto apprezzato dalle correnti di avanguardia per il suo attaccamento ideologico alle tradizioni poetico-religiose del mondo contadino russo. Eccezionale maestro di versi, egli aderì spontaneamente al simbolismo. Kljuev fu, dunque, l’ispiratore e il padre spirituale dei «poeti contadini», a cui lo stesso Esenin aderì con entusiasmo, considerando, in un primo momento, il conterraneo, suo maestro e ispiratore. Dai versi appena riproposti, sembra, però, che Esenin indirizzi parole di critica alla poesia del suo — se pur di poco — predecessore.

Una casa nel cuore

Esenin apostrofa un poeta che soffre perché la purificazione della notte o il suo silenzio non ha riversato pozzanghere di versi. Nella tristezza derivata dalla mancanza di ispirazione, Kljuev sembra, però, rallegrarsi della stella, quasi possa riempire il cuore di una natura le cui immagini si imprimono sulle sopracciglia. È nei vv. 7-8 che si concentra il senso della critica eseniana: nell’aver ‘consacrato’ il cuore poetico all’izba — tipica abitazione delle campagne russe e, allora, immagine del mondo contadino —, il conterraneo non ha costruito una casa nel cuore. Parafrasando i versi, è possibile dire che, secondo Esenin, il problema di Kljuev è quello di una mancata discesa nelle profondità dell’intimo, nel cuore dell’umano. Le immagini rimangono segno, ma non si fanno simbolo della vita, non raccolgono l’esperienza umana e non poggiano nelle dimore del vissuto.

Scrive Bachtin in Russkaja bol’:

Se nella poesia di Kljuev la stufa è simbolo dell’interezza cosmica, universale, della religione dell’izba, […] in Esenin predominano i toni lirici, gli elementi prendono sviluppi lirico-intimi. […] Esenin voleva conservare il legame tra il microcosmo dell’izba e il macrocosmo del mondo, ma la cosa gli riesce meno che a Kljuev. La sua poesia è più intima, più umana […] scende dalle altezze mitologiche sul piano intimo-lirico e per questo è diventata accessibile a tutti. (p. 666)

Nell’izba fino al cuore

In Kljuev gli elementi dell’izba sono segno dell’universo, mentre in Esenin il microcosmo contadino russo è simbolo di un altro mondo, ancora più piccolo, ma totalizzante: il cuore dell’uomo. L’immagine si deposita in profondità, il verso riposa nell’intimo, non emigra dal tetto, vanificandosi come prima del suo arrivo. Come scrive Eridano Bazzarelli:

Esenin sentiva naturalmente, d’istinto, in quell’inconscio che vivifica la poesia e che sfugge ai critici, le corrispondenze fra il macrocosmo e il microcosmo, e sentiva il legame che lega tutti gli esseri, e sentiva l’anima e i sentimenti di tutti gli esseri, fossero del mondo animale, vegetale, minerale, umano o cosmico. (p. 10)

È quando l’amore non è più lo stesso, quando, cioé la realtà si incarna nell’interiorità di ciascuno e trasforma le viscere e i sensi, quando l’uomo è disposto a lasciare spazio che il mondo prenda la carne del suo cuore, è in quel momento che l’individuo può prendere vita e insieme a lui la poesia — che è causa e conseguenza di questo prendere vita —: toccando terra, ci si impasta del fuoco d’amore che essa contiene e nutre. Agitando le ali, non più come un mulino, ci si innalza, riuscendo a staccarsi e raggiungendo l’altezza e tutta la profondità della coscienza. 

Elisabetta

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