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Commento al vangelo della XIX domenica del TO

Il vangelo

Di fronte a ciò che Gesù dice ai suoi discepoli in questa pagina di vangelo nasce nel cuore un forte senso di stranezza, quasi di lontananza dalla parola del Figlio di Dio. Riusciamo solo a coglierne i contorni, ma più ci addentriamo nella sostanza della Parola più non riusciamo a comprenderne il senso profondo. È un po’ come sprofondare nel mare, più cerchi il fondo e più quel fondo si allontana dalla vista e dalla percezione.

Nel Mistero

lo sguardo del mistico
Foto di Gianni Crestani da Pixabay

Per comprendere il Cielo è necessario non comprendere, ma immergere la mente nel mistero. Scrive G.K. Chesterton in Ortodosssia: «Il cristiano lascia che il libero arbitrio rimanga un mistero […]. Egli nasconde il seme del dogma nel centro dell’oscurità e ne raccoglie in tutte le direzioni i frutti abbondanti e salutari». Non si conosce il mistero, lo si vive, ci si fida di lui. La ragione lotta e combatte strenuamente per conquistare un frammento di certezza dalla profondità del suo essere, ma tutto ciò che ottiene è l’infelicità della sconfitta.

Qualcuno rimane

La felicità sta tutta nella rassegnazione, nel silenzioso gioire di una gioia senza fine quando tutto il resto del mondo, nel suo frenetico divenire, uccide la propria dignità, alleandosi con il male, per la troppa fretta di ottenere il suo minuscolo obiettivo. Se a tutti spaventa il tragico morire delle cose, la veloce fine del mondo, qualcuno rimane, però, a formare il piccolo gregge dei mistici, di coloro che “vivono nel mistero”.

Il mistico

Fiducioso che nulla può prevalere sul Bene, combatte con sguardo luminoso: al mistico non importa di prevalere sulla terra. Nei suoi occhi è riflessa la luce di un sole che mai tramonta, ma che pochi riescono a vedere; essa sgorga dalla carne del Cristo, dalla sua croce. Scrive ancora Chesterton: «la sola, fra le cose create che non possiamo guardare è quella nella cui luce vediamo tutte le altre. Il misticismo, come il sole nel pieno meriggio, illumina tutte le cose col bagliore della sua vittoriosa invisìbilità».

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