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«Voce del mio tesoro!» il sipario del secondo atto del Cantico dei Cantici si apre col risuonare di una voce; lei subito la riconosce: è la voce dell’amato che però, non c’è. Lo scenario è quello di un mattino di primavera; ancora lei, l’amata, è la protagonista che sogna e canta una lirica molto intensa, attraversata da un fremito: la sorpresa. Hinné-zeh! Eccolo! (vv.8-9); la gioia dell’arrivo del suo dodì, dell’amato suo.

Il cuore dell’amata avverte in un sesto senso dettato dall’amore più profondo il crescendo della voce, l’avvicendarsi dei passi, quasi addirittura il luccichio degli occhi dell’amato seminascosto nel luogo topico dell’incontro nascosto. E poi, il primo movimento delle parole dalla bocca dell’amato suo, un imperativo che invita ad alzarsi fa eco a quel grido dei primi versi dell’atto secondo della di lei voce, che pareva destinato a rimanere inascoltato nel vuoto dell’assenza dell’uomo.

La freschezza della primavera, la tenerezza delle immagini, coinvolgono profondamente il lettore che quasi avverte il fruscio delle fronde appena sbocciate, la rugiada sottile e cristallina sulle giovani foglie, l’odore dei primi fiori. L’amata paragona il suo amore ad un cerbiatto, un cucciolo di cervo aggraziato.

Io-natì, «mia colomba!»

Ma è più innanzi che il tono del cantico muta; io-natì, «mia colomba!». È un richiamo veterotestamentario al profeta Geremia che utilizza la colomba quale simbolo di tenerezza e di fedeltà. Già nel commento all’atto primo abbiamo parlato dell’amore tra i due giovani specchio dell’amore per Dio della sua Chiesa; nel mondo biblico uno degli animali più citati è la colomba appunto, come detto, simbolo di tenerezza e di fedeltà dell’amore. È simbolo di purezza, libertà e ricerca appassionata di Dio: un messaggero di pace (Gen. 8,11). In ebraico il termine colomba è Yonah (Giona). Il profeta che porta questo nome indica il popolo di Israele che come una colomba ingenua non comprende l’agire di Dio, e pensa di potersi nascondere ai suoi occhi e di percorrere strade diverse, ma allo stesso tempo è colui che desidera essere docile alla Parola del Signore. La colomba ricorda che Dio ha fatto pace con l’umanità peccatrice. Da questa riconciliazione è iniziata una nuova storia, fondata sulla fedeltà di Dio che non si ferma al male compiuto dall’uomo ma continua a manifestare il suo amore e la  sua misericordia. Ecco allora la fine del diluvio rende concreto la benevolenza di Dio verso l’uomo, creato a sua immagine. Ancora, un secondo elemento importante di questa prima scena è quella del volto e della voce. La voce del tesoro suo è inconfondibile tra mille, la voce più cara che parla direttamente al cuore di Gerusalemme (Is 40,2; Os 2,16). Il tema della voce del Cantico richiama la voce elettiva di JHWH che sceglie Israele, che gioisce per lui (Is 62,5); è la voce alla quale i profeti e i poveri hanno teso l’orecchio incessantemente, fino alla vox clamantis in deserto che «esulta di gioia alla voce dello sposo» (Gv 3,29).

Il volto, epifania del mistero

La seconda tematica: il volto, l’epifania del mistero. L’amante, la donna, anela la visione del volto dell’amato suo: un imperativo desiderativo! Nella più larga delle accezioni il desiderio del volto è il desiderio del mistero, l’anima che ha sete di Dio e del suo volto: non nascondermi Signore il tuo volto! Nella richiesta di mostrare il volto possiamo leggere la pietà più profonda del desiderio di Dio. È la colomba che lo chiede, l’emblema della purezza, perché come dirà l’Evangelista Matteo, sarà dei puri di cuore il privilegio di vedere il volto di Dio (Mt 22,30). Il desiderio di Dio, la sua visione è una esigenza vitale, come la cerva assetata (Sal. 42), come la terra riarsa (Sal. 63).

Memoria e speranza

Memoria e speranza, desiderio e richiesta, si fondono nella prima scena dell’atto secondo del Cantico dei Cantici, sentimenti che in filigrana lasciano trasparire la visita di Dio al suo popolo: dalla visita dell’esodo, eziologia della pasqua ebraica alla visita messianica che ancora mantiene nell’attesa la comunità cristiana. Questo atto del cantico potrebbe essere il ponte che unisce l’Antico testamento al grido che chiude l’Apocalisse «Marana tha!», Vieni Signore.

La notte e la ricerca

Il secondo scenario offertoci da questo secondo atto è un notturno che sfiora il sottile confine tra coscienza ed incoscienza; anche l’ambientazione è differente: siamo nel talamo di lei nel cuore della notte. Lei è alla ricerca del corpo di lui che non si fa presente. La ricerca si muta in incubo angosciante e il talamo in una opprimente prigione. L’innamorata cerca l’amato e sembra al suo cuore di essere sovrastato dalle nubi della gloria, ma a lei come all’Israele del Sinai è stata tolta la corona della gloria e allora si annida nel cuore l’oscurità della notte, l’angoscia della ricerca della corona di santità che è il corpo di lui, non la trova. È una tappa fallimentare della ricerca che agli interpreti ebraici riporta alla mente il peccato idolatrico al Sinai. Ma la notte non avrà la meglio; «Aqùma!», l’amata si alza gira la città alla ricerca dell’amato dell’anima sua. È la determinazione di chi ha nel cuore le tenebre della notte ma è fisso con lo sguardo alla luce della misericordia di Dio; torna alla mente il giovane prodigo lucano, quel figlio che con le tenebre del peccato nel cuore si alza e torna dal Padre suo (Lc 15,18). Ma l’amata ancor più riporta alla mente l’innamorata per eccellenza del Vangelo: Maria Maddalena che come la donna del Cantico cerca il corpo dell’amato suo! Noli me tangere, non mi trattenere o tu che desideri il mio corpo, o tu che vuoi toccare il mio corpo, o tu che col mio corpo cerchi quell’intimità del contatto che intercorre tra vivi. L’amata del Cantico esce di notte, le donne del vangelo escono che ancora era notte: cercano il corpo loro e cerca il corpo l’amante del Cantico. Ma una ulteriore interpretazione può vedere la notte come stereotipo del condizionamento culturale gretto: l’ho cercato, ma non l’ho trovato (3,2).

La ricerca del corpo dell’amato è la ricerca del Risorto; è il nuovo mistero che si va compiendo: la giovane lo cerca, non lo trova, ma trova i custodi della città. Chi sono questi custodi se non l’immagine di quegli Angeli che le donne trovarono a sedere là? E quale città custodiscono? Forse la nuova Gerusalemme che è il corpo di Cristo? Al sepolcro v’erano due Angeli seduti al capo e ai piedi della pietra che reggeva il corpo dell’amato; l’Arca dell’Alleanza aveva sul coperchio due angeli al capo e ai piedi che con le ali coprivano l’Arca. Gli Angeli custodiscono il Sancta Sanctorum, il punto in cui Dio tocca la terra; lo sgabello dei suoi piedi: l’Alleanza mosaica muta nell’alleanza messianica la nuova Gerusalemme è il corpo dell’amato che è cercato, ma non si trova così come il lui del Cantico.

Il notturno del poema è prefigurazione del notturno dell’umanità: l’angoscia di sapere il Creatore disceso negli inferi. Il notturno del Cantico è l’antefatto della venuta gloriosa del Re in un corteo che avanza trionfale nel deserto, così come il notturno dell’umanità è antefatto alla venuta del Cristo glorioso, vittorioso, che avanza facendo rifiorire il deserto della morte del mondo. «non destate, non svegliate l’amore finché non lo desideri» (3,5). Tacciano attività e parole, lasciateci godere dell’estasi dell’Amore!

Cristian Lanni

Per chi volesse, ecco l’ultimo articolo sul Cantico dei Cantici: https://www.legraindeble.it/o-tu-che-il-mio-cuore-ama-cantico-dei-cantici-atto-i/

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